Dopo oltre vent’anni di messa in onda, NCIS continua a essere una delle serie procedurali più seguite e longeve della televisione americana. Nel corso delle sue stagioni ha saputo alternare episodi autoconclusivi a trame orizzontali più ambiziose, con momenti di grande tensione narrativa e colpi di scena memorabili. È proprio per questo che la ventiduesima stagione ha lasciato l’amaro in bocca a molti fan: non per un calo generale di qualità, ma per aver sprecato completamente una delle sue storyline più promettenti.
Fin dai primi episodi, la serie sembrava intenzionata a introdurre una nuova minaccia interna: una talpa operativa dentro il bureau, forse legata a un potente cartello criminale chiamato Nexus. Il sospetto ricadeva su Gabriel LaRoche, nuovo vice direttore, interpretato da Seamus Dever. Il suo comportamento ambiguo, unito a una scrittura calibrata su dettagli sottili e all’ostinazione di McGee nel volerlo incastrare, facevano pensare che ci si trovasse di fronte a un nuovo arco narrativo di ampio respiro.
Ma tutto questo si è risolto in un nulla di fatto: LaRoche non è la talpa, bensì un agente sotto copertura del Dipartimento di Giustizia. La minaccia vera arriva da Carla Marino (Rebecca De Mornay), un personaggio secondario introdotto troppo tardi per avere un reale impatto sulla narrazione. Così, il twist finale ha annullato l’intera tensione costruita nei mesi precedenti, trasformando un grande arco narrativo in una deviazione senza conseguenze.
Questa scelta non solo ha reso del tutto superflua la costruzione del personaggio di LaRoche — interpretato da un convincente Seamus Dever, capace di dosare ambiguità e affabilità con sottile intelligenza —, ma ha anche vanificato gli sforzi drammatici di McGee, il vero protagonista di questa sottotrama. Per tutta la stagione, infatti, McGee porta avanti in solitaria un’indagine personale su LaRoche, rischiando la carriera, l’equilibrio interno al team e persino la sua immagine pubblica. Il fatto che alla fine si sia “sbagliato”, e che la serie non abbia nemmeno offerto un momento di riflessione o sviluppo psicologico sul personaggio, lascia un vuoto evidente.
Il risultato è duplice: da un lato, LaRoche perde completamente la sua forza scenica (e se dovesse tornare, sarà solo un comprimario tra tanti); dall’altro, McGee ne esce indebolito, ridotto a una figura ossessiva e fallibile senza alcuna redenzione. È un trattamento immeritato per uno dei personaggi storici della serie, che negli anni ha dimostrato più volte intelligenza, dedizione e capacità di leadership.
A livello narrativo, NCIS ha perso un’occasione d’oro. La scelta di non proseguire con una storyline che coinvolgeva un alto dirigente corrotto (o apparentemente tale) e la possibilità di un tradimento sistemico all’interno dell’agenzia rappresentava un’occasione rara per dare nuova linfa a una serie che conosce bene le sue formule, ma che a volte ha paura di metterle davvero in discussione. Un LaRoche davvero colpevole avrebbe potuto aprire nuovi conflitti, portare il team a lacerazioni interne, rimettere in gioco i valori di lealtà e giustizia che sono il cuore della serie.
Al contrario, tutto si chiude con un rapido colpo di scena che non soddisfa e non sorprende. Una svolta rassicurante, forse, ma narrativamente priva di peso. E così, una delle stagioni che prometteva rinnovamento e coraggio finisce per passare inosservata, proprio per non aver avuto il coraggio di osare fino in fondo.
Fonte: Collider
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