Seth Ember non è un prete, ma un dottore/scienziato su una sedia a rotelle che, grazie a una macchina speciale, riesce a introdursi nel subconscio dei posseduti per liberarli dal demonio. Il suo è un viaggio onirico, compiuto cioè in uno stato di semi-sonnolenza che gli permette di entrare in contatto con la vittima. E il mondo in cui si butta per salvare anime innocenti – l’ultima delle quali, un bambino di 11 anni – è una confusione di realtà e illusione, verità e menzogne. Il maligno, si sa, è tentatore: ti dice ciò che vuoi sentire, ti fa vedere quello che vuoi vedere. E ti blocca nel suo universo, prosciugandoti.
Sin dalle premesse, Incarnate non intende presentarsi come il solito film sugli esorcismi, ma come un film che vuole proporre una chiave di lettura differente di un filone sempre sfruttatissimo dal cinema horror. Il concetto di fede religiosa qui non è così centrale, in favore di un approccio più “scientifico”, e anche a livello di linguaggio si nota qualche novità (il Male è chiamato “parassita“, da “sfrattare” dal corpo che occupa abusivamente).
La base per portare qualcosa di nuovo al genere, insomma, ci sarebbe e intriga soprattutto nel contrasto tra le due dimensioni in cui la storia si muove. Il problema è che le possessioni al cinema sono regolate da codici quasi antichi quanto il diavolo stesso e il film finisce per cadere nei soliti cliche, nonostante cerchi più volte di farci credere il contrario («acqua santa e preghiere sono noiose…», cit.).
Incarnate è dunque un titolo che vorrebbe distinguersi dai tanti che l’hanno preceduto (e da quelli che lo seguiranno), ma strilla così tanto le sue buone intenzioni da contraddirsi. Per esempio: non ci sono teste che girano di 180 gradi né vomito verde, ma ci sono levitazioni, un povero bimbo da salvare, e un protagonista (Aaron Eckhart) che con il demone in questione ha il classico conto in sospeso. L’aura dell’Esorcista di Friedkin è percepibile (specialmente nel finale), le scene ambientate nel subconscio per caratteristiche sovrannaturali ricordano quelle nell’Altrove della fortunata saga di Insidious e anche le modalità di trasmissione dell’entità – per contatto fisico – sanno di déjà vu (vi ricordate Il tocco del male con Denzel Washington?).
Difficile rinnovare in maniera convincente un contesto di riferimento esplorato in così tante declinazioni, ma il film di Brad Peyton avrebbe dovuto avere più coraggio nel portare le sue novità sino in fondo, anziché impigrirsi nella tradizione.
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