Nessuno ne parla più, ma 50 anni fa questo agghiacciante cult ha cambiato le regole del thriller italiano
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Nessuno ne parla più, ma 50 anni fa questo agghiacciante cult ha cambiato le regole del thriller italiano

Tra i film più disturbanti mai prodotti nel nostro Paese, è riuscito a dar vita ad un'immaginario orrorifico che perdura ancora oggi

Nessuno ne parla più, ma 50 anni fa questo agghiacciante cult ha cambiato le regole del thriller italiano

Tra i film più disturbanti mai prodotti nel nostro Paese, è riuscito a dar vita ad un'immaginario orrorifico che perdura ancora oggi

un frame del film horror italiano La casa dalle finestre che ridono

Nel 1976 ha visto la luce un thriller destinato a lasciare un segno profondo nel cinema di genere italiano, inaugurando quello che negli anni successivi sarebbe stato ribattezzato il “gotico padano”. Con La casa dalle finestre che ridono, Pupi Avanti un film trasformò la pianura emiliana e i luoghi della propria infanzia in scenari carichi di mistero, dove segreti sepolti e orrori insospettabili proliferano lontano da occhi indiscreti, affondando le proprie radici nella storia stessa del territorio.

In un periodo che vedeva il thriller italiano al suo apice grazie ad autori del calibro di Dario Argento e Sergio Martino, Avati scelse di percorrere una strada completamente diversa mettendo in scena una vicenda immersa nella sonnolenta quiete della provincia, giocata sulle ambiguità e su un senso di inquietudine destinato a crescere lentamente fino a diventare insostenibile.

Al centro della vicenda del film troviamo Stefano, interpretato da Lino Capolicchio, un restauratore incaricato di recuperare un inquietante affresco di San Sebastiano custodito in una chiesa di un piccolo paese della bassa. Quello che inizialmente sembra un semplice lavoro si trasforma presto in una discesa dentro una torbida rete di segreti che la comunità locale sembra voler proteggere a ogni costo. Più Stefano cerca di fare luce sul misterioso autore del dipinto, più si accorge che gli abitanti evitano sistematicamente l’argomento, come se questo fosse l’unica testimonianza di un passato che vorrebbero custodire e dimenticare al tempo stesso.

La storia segue Stefano (Lino Capolicchio), un restauratore incaricato di riportare all’antico splendore un inquietante affresco raffigurante il martirio di San Sebastiano in una chiesa di un piccolo paese della provincia emiliana. Fin dal suo arrivo, però, l’uomo percepisce una strana diffidenza, se non vera e propria ostilità da parte degli abitanti. Le domande sul misterioso autore del dipinto ricevono soltanto risposte evasive e il passato della comunità appare avvolto da una cortina di silenzi sempre più sospetta.

Quello che inizialmente sembra un semplice incarico professionale si trasforma così in una vera e propria indagine. Stefano scopre gradualmente la figura del pittore Buono Legnani, artista geniale e disturbato la cui fama è legata a pratiche sanguinarie e a una serie di voci mai del tutto chiarite. Più si avvicina alla verità, più il protagonista si ritrova intrappolato in una rete di omissioni e mezze verità in un crescendo di tensione che esplode in una serie di disturbanti colpi di scena.

La casa dalle finestre che ridono non è un horror costruito sugli spaventi improvvisi o sulle scene scioccanti, bensì un’opera che lavora sul senso di inquietudine. Avati trasforma la campagna padana in un luogo sospeso nel tempo, dove il passato continua a contaminare il presente e dove ogni volto apparentemente rassicurante può nascondere qualcosa di sinistro. Le ferite della guerra, le superstizioni locali e una sensazione costante di isolamento contribuiscono a creare un’atmosfera quasi irreale, più vicina al folk horror che ai tradizionali gialli italiani degli anni Settanta.

Inoltre, per certi aspetti, lo stesso Stefano ricorda gli outsider di molte storie gotiche, che vedono spesso un uomo razionale che cerca di dare ordine a una realtà governata invece da logiche ben più oscure e ancestrali. Più tenta di interpretare gli eventi secondo criteri razionali, più il mondo che lo circonda sembra sfuggirgli di mano, trascinandolo verso un finale che ancora oggi viene ricordato come uno dei più inquietanti della storia del cinema italiano.

Anche a quasi cinquant’anni dalla sua uscita, il thriller rurale di Pupi Avati conserva intatto il proprio fascino. Merito della regia elegante di Avati, delle interpretazioni misurate del cast e soprattutto della capacità di evocare un terrore profondamente italiano, lontano dai castelli della tradizione gotica classica ma nascosto tra nebbie, campagne e piccoli paesi apparentemente innocui. Un incubo silenzioso che continua a esercitare il suo fascino su generazioni di spettatori e che rappresenta ancora oggi una delle espressioni più fondamentali del thriller e dell’horror italiano.

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Foto: EIF

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