A due anni dalla presentazione di The Apprentice al Festival di Cannes, Sebastian Stan è tornato a parlare di Donald Trump e del clima politico negli Stati Uniti. Lo ha fatto dalla Croisette, durante la conferenza stampa di Fjord, il nuovo film di Cristian Mungiu presentato a Cannes 79, rispondendo senza filtri a una domanda sul biopic in cui aveva interpretato l’attuale presidente americano.
All’attore è stato chiesto di riflettere oggi su The Apprentice, presentato proprio a Cannes nel 2024, pochi mesi prima delle elezioni presidenziali statunitensi. In sala conferenze, alcuni giornalisti hanno reagito con una risata nervosa. Stan, però, ha immediatamente riportato il discorso su un piano molto più serio: «Non è una cosa su cui ridere, a essere sinceri. Non lo è». Da lì, l’attore ha espresso tutta la sua preoccupazione per la situazione americana: «Penso che siamo messi davvero, davvero male. Lo penso sul serio».
Stan ha poi collegato il clima attuale all’esperienza vissuta proprio con The Apprentice, il film diretto da Ali Abbasi che raccontava l’ascesa di Trump e il suo rapporto con l’avvocato Roy Cohn. Secondo l’attore, molti segnali erano già evidenti durante la lavorazione e soprattutto nei giorni precedenti la première al festival. «Se guardiamo a quello che sta succedendo, alla concentrazione dei media, alla censura, alle minacce, alle presunte cause legali che sembrano non finire mai ma che in realtà non portano da nessuna parte, la scritta era già sul muro», ha dichiarato.
Nel 2024, infatti, Trump aveva tentato di fermare il film prima della sua presentazione a Cannes, minacciando azioni legali e definendo The Apprentice «spazzatura» e «pura finzione». Stan ha ricordato che, a soli tre giorni dal festival, il team non sapeva ancora con certezza se il film sarebbe riuscito ad arrivare davvero sullo schermo. Una vicenda che oggi, alla luce del nuovo mandato di Trump e delle tensioni che attraversano il panorama mediatico e politico americano, sembra assumere per l’attore un significato ancora più inquietante.
«Tre giorni prima del festival non eravamo sicuri che il film sarebbe stato proiettato», ha spiegato Stan, aggiungendo che forse oggi molte persone stanno iniziando a guardare The Apprentice con maggiore attenzione. Proprio per questo, secondo lui, il film potrebbe resistere alla prova del tempo: non solo come biopic politico, ma come testimonianza di un clima di pressione, paura e controllo che l’attore ritiene ormai sempre più evidente.
Stan ha poi fatto riferimento anche alle vicende che hanno coinvolto figure televisive come Jimmy Kimmel e Stephen Colbert, lasciando intendere che quanto accaduto al film di Abbasi abbia anticipato dinamiche diventate più visibili negli anni successivi. «Abbiamo attraversato tutto questo prima di Jimmy Kimmel, Stephen Colbert e così via. Vorrei che non fosse così», ha dichiarato. Un commento che conferma come, per l’attore, The Apprentice non sia più soltanto un film legato alla campagna elettorale del 2024, ma un’opera capace di intercettare qualcosa di più profondo sul rapporto tra potere, media e libertà di espressione.
A Cannes, però, Sebastian Stan non è presente solo per tornare idealmente su quel ruolo. L’attore è infatti tra i protagonisti di Fjord, il nuovo dramma familiare di Cristian Mungiu, accolto con una standing ovation di dieci minuti. Nel film, Stan recita accanto a Renate Reinsve e interpreta il padre di una famiglia romena dalle rigide convinzioni religiose, trasferitasi in un piccolo villaggio della Norvegia. Quando a scuola vengono notati dei lividi sul corpo della figlia, i cinque figli della coppia vengono allontanati dai genitori, dando inizio a una dolorosa vicenda legale.
La presenza di Mungiu, già Palma d’Oro nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, e quella di Reinsve, premiata a Cannes come miglior attrice per La persona peggiore del mondo, hanno reso Fjord uno dei titoli più chiacchierati di questa edizione. Ma la conferenza stampa del film ha finito per aprire anche uno spazio politico molto più ampio, in cui Stan ha scelto di non attenuare le proprie parole.
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Foto: Neilson Barnard/Getty Images
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