Il cinema italiano è spesso associato al realismo sociale, alla commedia o ai drammi familiari, ma qua e là si nascondono delle vere e proprie perle che rappresentano unicum, film che sfidano le regole e le sovvertono, imponendosi come qualcosa di totalmente alieno.
Un esempio perfetto che rientra in questa categoria è sicuramente Lo zio di Brooklyn (1995), esordio dei registi palermitani Daniele Ciprì e Franco Maresco, che solo tre anni dopo avrebbero causato uno scandalo con Totò che visse due volte, censurato dalla Commissione di revisione cinematografica, che tentò addirittura di impedirne l’uscita nelle sale.
Lo zio di Brooklyn si apre subito con una sequenza che ne svela gli intenti e i toni. Nei primi minuti del film, infatti, viene proposta la scena di un atto sessuale tra un contadino e un’asina (peraltro poi ripetuta anche in Totò che visse due volte). Siamo nella periferia di Palermo, nell’atmosfera da dopo bomba, in un contesto di degrado e quasi apocalittico, popolato da inquietanti personaggi mezzi nudi che fanno cose senza senso logico e scollegate tra di loro. È qui che arriva “lo zio di Brooklyn” del titolo, un uomo che viene portato in casa della famiglia Gemelli, con l’ordine di ospitarlo e nasconderlo. Attorno a questo personaggio inquietante, che non parla mai, si muovono figure varie ed eventuali, tra nani mafiosi, maghi, cantanti falliti, e chi più ne ha più ne metta.
La trama, in realtà, non ha un vero e proprio filo logico: si raccontano esistenze di frustrazione e solitudine, gli attori in scena fissano nel vuoto e si animano soltanto per il loro siparietto, e per la maggior parte si tratta di una sequela di scene grottesche che vorrebbero rappresentare il degrado che prende il sopravvento sulla specie umana. Non manca, infatti, ogni tipo di gesto disgustoso e provocatorio, come peti, rutti, sputi, escrementi. Addirittura, un personaggio in mutande, guardando la telecamera esclama: «Questo film fa schifo».
Di rara capacità espressiva, questo film ha sconvolto gran parte del pubblico dell’epoca, e non è un caso che oggi non sia ricordato tra i classici del cinema italiano. Sicuramente, però, è uno dei più peculiari: grottesco e surreale, cinico e apocalittico, in bianco e nero e praticamente muto, sembra arrivare da un’altra dimensione. Non solo, rifiuta categoricamente e in maniera eclatante di rientrare nelle classificazioni tradizionali, siano esse di genere, di forma o di struttura narrativa. La caricatura di un’Italia malata e decadente: non è per tutti, ma vi resterà decisamente in testa.
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