Nel vasto panorama del sottogenere dei death game, dove la spettacolarizzazione della morte è spesso al centro della scena, Circle (2015) rappresenta un’eccezione sorprendente. Senza arene futuristiche, giochi letali elaborati o personaggi carismatici pronti a ribellarsi, il film Netflix scritto e diretto da Aaron Hann e Mario Miscione porta lo spettatore in un’unica stanza, al cospetto di cinquanta sconosciuti costretti a decidere chi merita di restare in vita.
Il punto di partenza è tanto semplice quanto disturbante: ogni due minuti, uno dei partecipanti muore. E a decretare la condanna è proprio il voto degli altri. Una premessa claustrofobica, che non si affida al sangue ma alle parole, alle tensioni sociali, ai pregiudizi. È come se La parola ai giurati e Squid Game si fossero fusi in un esperimento sociologico ambientato in un incubo minimalista.
I personaggi non hanno nome. Sono il “vecchio”, il “ragazzino”, la “donna incinta”, il “poliziotto”, la “sex worker”. In questa assenza di identità, ogni figura viene immediatamente ridotta a una funzione, a uno stereotipo. Il pubblico – come i personaggi stessi – è spinto a giudicare senza conoscerli. E questa è proprio la forza del film: mostrare quanto siamo condizionati dalle etichette.
L’effetto è destabilizzante. Non ci sono flashback o background, solo la nuda interazione tra individui messi sotto pressione, con la consapevolezza che ogni loro decisione avrà conseguenze irreversibili. Circle ci costringe a guardarci allo specchio e a chiederci: in una situazione simile, io chi voterei per eliminare?
Il film Netflix evolve come un gioco sociale crudele. Nascono alleanze temporanee, complotti, colpi di scena. Alcuni cercano di proteggere i più deboli, altri si aggrappano al diritto alla sopravvivenza individuale. Si discute di giustizia, di merito, di valore umano. Ogni votazione diventa una sentenza, e ogni dialogo mette in discussione ciò che pensiamo di sapere sull’etica, sulla compassione, sul sacrificio.
Nel mezzo di tutto questo, emergono dinamiche che ricordano Survivor, ma con in palio la vita. I personaggi si osservano, si giudicano, cercano di capire chi convincere, chi manipolare, chi temere. E lo spettatore, impossibilitato a distinguere un protagonista, è coinvolto in un costante esercizio di discernimento.
Senza mostrarlo apertamente, Circle decostruisce molte convenzioni del cinema horror. Non ci sono mostri, non c’è un assassino visibile, non ci sono cliché visivi. Eppure, il film riflette su come il genere tradizionalmente ha trattato certe figure: il personaggio LGBTQ+, la donna di colore, il lavoratore povero… sono davvero sacrificabili, come ci ha spesso insegnato il cinema? O siamo solo abituati a pensarlo?
L’ambiguità regna sovrana fino alla fine. Anche il vincitore non viene glorificato né condannato apertamente. La sua sopravvivenza è solo un ulteriore punto di domanda: ha vinto perché era il più “giusto” o semplicemente il più abile a sopravvivere?
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Fonte: Collider
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