Uno dei migliori horror degli ultimi dieci anni ha incassato appena 6 milioni di dollari al box office globale nel 2016. Eppure, col tempo, è riuscito a costruirsi una solida reputazione grazie al passaparola e allo streaming, fino a diventare un piccolo imperdibile cult per chi ama il genere.
Stiamo parlando di Autopsy (titolo originale: The Autopsy of Jane Doe) di André Øvredal, un film che ha terrorizzato persino Stephen King, tanto da spingerlo a scrivere sui social: «Un horror viscerale che può rivaleggiare con Alien e i primi film di Cronenberg. Guardatelo, ma non da soli.» E se lo dice il Re del terrore, c’è da fidarsi.
Autopsy è un film “piccolo”, girato quasi interamente in un unico ambiente e con un cast limitato, ed è proprio questo minimalismo a renderlo straordinariamente claustrofobico. I protagonisti sono Brian Cox ed Emile Hirsch, padre e figlio che gestiscono una piccola impresa di pompe funebri. Ed è proprio nel loro obitorio che viene portato il corpo di una giovane donna senza identità, rinvenuta sulla scena di un misterioso massacro. Nessun nome, nessuna ferita visibile. Solo un cadavere apparentemente intatto.. eppure inquietante.
Inizia così un’autopsia destinata a trasformarsi in qualcosa di molto più oscuro. L’analisi del corpo denominato “Jane Doe” rivela subito anomalie scientificamente inspiegabili: gli occhi sono spalancati e lattiginosi, ma il sangue sembra ancora fluire. Il rigor mortis non si è mai manifestato, e nessun segno esterno sembra giustificarne la morte. Eppure, il corpo mostra devastanti danni interni: ossa rotte, polmoni bruciati, lingua recisa. Dettagli decisamente incompatibili con l’aspetto immacolato del cadavere.
Tutto fa pensare a torture orribili, forse inflitte da un culto o da un serial killer… ma nulla torna davvero, e proprio quando la scienza smette di avere senso, Autopsy cambia pelle: l’horror psicologico lascia spazio a un incubo sovrannaturale. Qualcosa di sinistro si muove tra quelle mura, e né Tommy né Austin sono pronti ad affrontarlo.
Il paragone con Alien non è casuale, con i film che condividono una forte somiglianza nell’atmosfera: in entrambi una minaccia invisibile si insinua in uno spazio chiuso trasformandolo in una trappola mortale, e se in Alien, l’equipaggio della Nostromo accoglie inconsapevolmente un orrore alieno, in Autopsy è l’ingresso del corpo di Jane Doe a scatenare l’inferno. C’è tuttavia una differenza fondamentale: nel capolavoro di Ridley Scott sappiamo fin da subito da dove arriva la minaccia. Il mistero intorno a Jane Doe è invece un enigma che si svela lentamente, in modi sempre più imprevedibili.
Ed è qui che il film di Øvredal si distingue. Jane Doe non parla, non si muove, eppure domina la scena. Nuda, immobile, gli occhi vuoti che fissano il soffitto, è al centro di tutto. Non possiamo sapere se fidarci di lei, né comprenderne la natura, ma è impossibile non provare una strana empatia per questa giovane donna martoriata, spogliata non solo nel corpo ma anche dell’identità. È un personaggio passivo solo in apparenza: è la miccia silenziosa che innesca l’incubo.
Nel mentre, i due protagonisti Tommy e Austin diventano le nostre guide in un viaggio sempre più disturbante, rivelandosi molto più che semplici pedine da sacrificare al mostro di turno. Il film ci dà infatti il tempo di conoscerli, di affezionarci e di preoccuparci per loro, contribuendo così alla sua forza narrativa.
Insomma, Autopsy non ha bisogno di jump scare a raffica né di litri di sangue. Il suo orrore è sottile, insinuante, quasi chirurgico. Fa leva sulla suggestione, sull’atmosfera, sul non detto. E quando finalmente il mistero si chiarisce – in un finale che lascia il segno – è impossibile non restare col fiato sospeso. Se non l’avete ancora visto è il momento di recuperarlo. Ma attenzione: come dice Stephen King.. meglio non guardarlo da soli.
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Foto: Ulf Andersen / Getty Images / M2 Pictures
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