Nel corso degli ultimi anni Prime Video ha arricchito il proprio catalogo fantasy con produzioni molto diverse tra loro, spaziando da grandi kolossal seriali a titoli più irriverenti e anticonvenzionali. In mezzo a questa offerta variegata, c’è una serie che per molto tempo è rimasta ai margini del dibattito, ma che oggi appare sorprendentemente attuale: The Magicians, disponibile nella sua interezza con tutte e cinque le stagioni.
Ispirata alla trilogia di romanzi di Lev Grossman, The Magicians parte da premesse familiari a qualsiasi appassionato del genere. Un giovane introverso scopre di possedere poteri magici, entra in un’accademia esclusiva e viene a conoscenza dell’esistenza di un mondo fantastico che credeva immaginario. Ma è proprio da qui che la serie inizia a prendere una direzione diversa, rifiutando consapevolmente il comfort narrativo del fantasy classico per raccontare qualcosa di molto più scomodo.
Brakebills, la scuola di magia frequentata da Quentin e dagli altri protagonisti, non è un luogo di meraviglia o di crescita guidata, ma uno spazio freddo e disilluso, in cui studenti fragili vengono messi alla prova senza alcuna rete di protezione. Allo stesso modo, Fillory non è la terra incantata delle storie per ragazzi, bensì un regno crudele, governato da divinità capricciose e attraversato da violenze e compromessi.
Uno degli aspetti più radicali della serie è proprio il modo in cui tratta il potere magico. Lontana dall’idea della magia come dono o talento speciale, la racconta come una forza pericolosa, logorante, spesso assimilabile a una dipendenza. Il percorso di Julia, esclusa da Brakebills e costretta a cercare scorciatoie sempre più degradanti pur di accedere alla magia, è uno dei più duri mai visti in una serie fantasy mainstream. Le conseguenze psicologiche, emotive e fisiche di questa scelta diventano centrali nel racconto, spingendo The Magicians su territori che altre saghe evitano con attenzione.
Con il passare delle stagioni, anche i personaggi si allontanano progressivamente dagli archetipi iniziali. Margo ed Eliot, introdotti come figure superficiali e autodistruttive, affrontano un percorso di responsabilità e perdita che li trasforma in sovrani imperfetti ma consapevoli. Alice paga un prezzo altissimo per la sua ossessione per il controllo, mentre Penny scopre una nuova identità che ribalta completamente il suo ruolo nella storia. Nessuno resta uguale a se stesso, e soprattutto nessuno è protetto dalla narrazione.
Il cambiamento più emblematico resta quello di Quentin. Da protagonista apparentemente centrale e “necessario”, cresce fino a compiere l’atto più antieroico possibile per una serie fantasy: accettare il sacrificio. La sua morte, avvenuta nella quarta stagione, ha segnato uno dei momenti più discussi e divisivi della serie, non solo per il suo valore emotivo, ma per il coraggio narrativo che rappresenta. The Magicians dimostra così di non essere interessata alla sicurezza delle formule, ma alla coerenza tematica del proprio racconto.
È proprio questa assenza di compromessi ad aver reso la serie difficile da incasellare al momento dell’uscita, ma anche incredibilmente attuale oggi. The Magicians resta una rarità: un fantasy adulto, imperfetto, spesso doloroso, che usa la magia per parlare di trauma, crescita e perdita. Forse solo adesso, a distanza di anni, siamo davvero pronti a riconoscerne il valore.
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Fonte: Collider
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