Negli ultimi anni, il cinema d’azione ha prodotto pochi titoli capaci di rinnovare davvero il linguaggio delle arti marziali. Eppure, nel 2023, un film passato inizialmente sotto i radar ha conquistato silenziosamente la critica e gli appassionati del genere. Un’opera intensa, radicata nella tradizione ma aperta alla modernità, che ogni vero amante del kung fu dovrebbe recuperare.
Il film in questione è 100 Yards, diretto da Xu Haofeng e Xu Junfeng, due nomi noti agli appassionati di cinema orientale. Presentato in anteprima al Festival Internazionale del Cinema di Shanghai, il film ha poi raggiunto un pubblico più ampio l’anno successivo, imponendosi come uno dei titoli più significativi nel panorama marziale contemporaneo. Certified Fresh su Rotten Tomatoes, 100 Yards combina tensione drammatica, raffinatezza visiva e duelli dal valore simbolico, mettendo in scena una riflessione profonda sull’eredità, il cambiamento e il conflitto tra tradizione e progresso.
Ambientato negli anni ’20 a Tianjin, 100 Yards segue le vicende di Shen An (Jacky Heung), figlio di un maestro di arti marziali, e Qi Quan (Andy On), il miglior allievo del padre. Alla morte del maestro, una sfida sancisce la leadership della scuola: Qi Quan ne esce vincitore, mentre Shen An viene escluso dalla disciplina che considera la sua ragione di vita. Costretto a un lavoro d’ufficio, osserva da lontano il rivale mentre trasforma l’accademia in un’istituzione culturale più che combattiva.
Quello che ne nasce non è solo un conflitto personale, ma uno scontro ideologico: Qi Quan vuole che le arti marziali si adattino ai tempi; Shen An difende la purezza della tradizione. I due non combattono solo per un titolo, ma per un modo di intendere il mondo. Il risultato è un confronto di visioni, di orgoglio e di appartenenza, che attraversa ogni scena del film come una lama affilata.
Uno degli aspetti più sorprendenti di 100 Yards è il ruolo assegnato ai personaggi femminili. Gui Ying (Tang Shiyi), insegnante e figura chiave nella vicenda, agisce come bussola morale tra i due protagonisti. Xia An (Bea Hayden Kuo), d’altra parte, introduce dinamiche di potere e tensioni sentimentali che ampliano ulteriormente la complessità narrativa. Entrambe incarnano una presenza rara nel genere: non si tratta di semplici comprimarie, ma di personaggi capaci di agire, decidere e influenzare il destino dei protagonisti maschili.
Chi si aspetta combattimenti a raffica potrebbe restare sorpreso: 100 Yards non punta sulla quantità degli scontri, ma sul loro significato. Le sequenze d’azione, curate dal maestro di Wing Chun Duncan Leung, sono essenziali e precise: ogni gesto ha un peso drammaturgico, ogni colpo è parte della narrazione. Non ci sono effetti digitali a distorcere il realismo, ma coreografie che privilegiano la disciplina, il ritmo interiore, la filosofia.
Xu Haofeng, già autore diThe Final Master, continua a trattare le arti marziali non come esibizione di forza, ma come linguaggio del pensiero e dell’anima. È questa visione a rendere il film diverso: meno spettacolare, forse, ma infinitamente più profondo.
La regia è sostenuta da una fotografia raffinata, firmata da Shao Dan, che sceglie inquadrature larghe e tempi lunghi per esaltare il movimento dei corpi e il peso delle scelte. Niente montaggi frenetici o camera tremolante: solo l’essenziale, che basta a trasmettere la bellezza della disciplina. Anche il suono ha un ruolo centrale: ogni passo, ogni impatto, ogni silenzio è orchestrato con una precisione quasi musicale.
100 Yards non è una storia di eroi e antagonisti, ma di due uomini che si specchiano l’uno nell’altro, divisi da visioni inconciliabili eppure uniti da una stessa passione. È un racconto di rispetto e rancore, di fedeltà e trasformazione, che eleva il kung fu a strumento narrativo, filosofico e persino politico. Un film che, a distanza di un anno dalla sua uscita, merita di essere riscoperto — e che, forse, un giorno sarà considerato un classico moderno.
Fonte: Collider
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