«Non riuscivo a smettere»: questa miniserie Netflix è una delle più sottovalutate e inquietanti dell’anno
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«Non riuscivo a smettere»: questa miniserie Netflix è una delle più sottovalutate e inquietanti dell’anno

Una storia vera, una performance disturbante e un racconto che trasforma il true crime in qualcosa di molto più scomodo

«Non riuscivo a smettere»: questa miniserie Netflix è una delle più sottovalutate e inquietanti dell’anno

Una storia vera, una performance disturbante e un racconto che trasforma il true crime in qualcosa di molto più scomodo

Una scena della serie Netflix Apple Cider Vinegar

Negli ultimi anni il true crime televisivo ha smesso di essere solo un racconto di fatti reali, trasformandosi in uno strumento per esplorare le zone più oscure della nostra società. Non più solo cronaca, ma indagine psicologica, riflessione sul potere della narrazione e sulle conseguenze reali della manipolazione. È in questo spazio che si inserisce Apple Cider Vinegar, una miniserie Netflix del 2025 passata sorprendentemente sotto traccia, nonostante sia una delle visioni più inquietanti e difficili da dimenticare dell’anno.

Ispirata al libro The Woman Who Fooled the World, la serie ricostruisce l’ascesa e la caduta di Belle Gibson, influencer wellness che per anni ha costruito un impero mediatico sostenendo di avere un cancro terminale curato grazie a rimedi alternativi. Una storia già di per sé sconvolgente, che Apple Cider Vinegar sceglie però di raccontare evitando il sensazionalismo e rifiutando qualsiasi lettura consolatoria.

La struttura narrativa è frammentata e volutamente destabilizzante. La serie si muove avanti e indietro nel tempo, alternando l’immagine pubblica di Belle – fatta di interviste, libri, follower e apparizioni mediatiche – al lento collasso privato di una rete di bugie sempre più ingestibile. Il risultato è un racconto che non cerca di spiegare o giustificare, ma di mettere lo spettatore in una posizione di costante disagio, costringendolo a osservare come una menzogna possa diventare sistema, industria, culto.

La scelta più potente della miniserie è però quella di spostare progressivamente il punto di vista dalle azioni di Belle alle conseguenze delle sue parole. Apple Cider Vinegar non è interessata a mitizzare la truffatrice, ma a mostrare il danno reale provocato dalla disinformazione, soprattutto quando colpisce persone fragili, in cerca di speranza. In questo senso, il personaggio di Milla Blake, interpretato da Alycia Debnam-Carey, diventa il vero cuore emotivo della storia: una giovane donna realmente malata di cancro, la cui vita viene profondamente segnata dall’incontro con l’universo tossico costruito dall’influencer.

Accanto a lei, Chanelle, l’assistente interpretata da Aisha Dee, incarna un’altra forma di complicità: quella di chi vede, intuisce, ma sceglie di non guardare fino in fondo. Attraverso queste figure, la serie racconta non solo una truffa, ma un intero ecosistema fatto di silenzi, autoinganni e responsabilità condivise.

Al centro di tutto c’è la prova straordinaria di Kaitlyn Dever. L’attrice costruisce una Belle Gibson magnetica e disturbante, capace di alternare vulnerabilità apparente e controllo glaciale. Il suo personaggio resta opaco, inafferrabile, e proprio per questo profondamente inquietante. È una performance che si inserisce perfettamente nel percorso dell’attrice, già apprezzata per ruoli complessi e moralmente ambigui in Dopesick e The Last of Us, e che qui raggiunge uno dei suoi picchi più maturi.

Forse penalizzata da una promozione meno rumorosa rispetto ad altri titoli true crime, Apple Cider Vinegar non ha avuto la risonanza che meritava. Ma è proprio questo a renderla una delle miniserie più sottovalutate del 2025: un racconto scomodo, che rifiuta le scorciatoie emotive e lascia addosso una sensazione persistente di disagio. Una visione che, come suggerisce il titolo, rende davvero difficile smettere di guardare – e ancora più difficile dimenticare ciò che racconta.

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