Nymphomaniac Vol. I, i dolori e i piaceri della giovane Joe. La nostra recensione
whatsapp

Nymphomaniac Vol. I, i dolori e i piaceri della giovane Joe. La nostra recensione

La prima parte dello scandaloso dittico di Von Trier è molto diversa da come ce la si potrebbe aspettare. Ecco il nostro racconto

Nymphomaniac Vol. I, i dolori e i piaceri della giovane Joe. La nostra recensione

La prima parte dello scandaloso dittico di Von Trier è molto diversa da come ce la si potrebbe aspettare. Ecco il nostro racconto

Il sesso e l’amore. La pesca con la mosca e la Polifonia. Cioccolatini. Il comportamento della fauna marina.

Ci sono, nella colonna sonora di Nymphomaniac Vol. I, il metallo pesante dei Rammstein e Bach: entrambi appaiono appropriati. C’è, in questa capacità di composizione degli estremi, l’esperienza e la libertà (soprattutto la libertà) di Lars Von Trier. È una cartina di tornasole: nell’opera dei grandi autori spesso si riconosce l’abilità di mettere assieme forme discordanti secondo strade edite e inedite, con naturalezza e aggiunta di senso. L’esempio pop è Tarantino, che alterna momenti grotteschi ad altri mortalmente seri, giochini e approfondimento, come se fosse la cosa più normale del mondo, come se il racconto lo pretendesse. Si porta lo spettatore lungo sentieri che non conosce, o solo intuisce, ma con guida sicura, concedendo una banale quanto gradevole sensazione di arricchimento, usando la sua curiosità.

La prima parte di Nymphomaniac è eccitante non (solo) nel racconto delle avventure erotiche della protagonista, ma nel gioco di libere (ma precisissime) associazioni che Seligman (Stellan Skarsgaard), l’uomo che ritrova Joe (Charlotte Gainsbourg) pesta e sanguinante in un vicolo, opera mentre ascolta il racconto della donna. Le oscenità non sono poi così tante, e il corpo androgino di Stacy Martin (Joe da giovane, incarnazione delle sue storie) ha una pallida magrezza che asciuga le smanie voyeuristiche. Non c’è paragone, per dire, con la carica erotica e l’esibizione dei sessi in La vita di Adele. Al netto di tutto il marketing che ci siamo sorbiti nei mesi scorsi (e dei tremolanti piaceri da guardoni), il film è invece un coming of age, un racconto di formazione: l’evoluzione di una coscienza di fronte alle perturbazioni fisiche ed emotive della crescita, mostrata con gran sfoggio di split screen, flashback, grafiche sovrapposte al filmato, bianco e nero, riavvolgimenti dell’immagine.

La metanarrazione che consegue a questa scelta di regia (e che naturalmente è il marchio di Von Trier) trova riscontro nello script che procede a blocchi/volumi/capitoli, e nel gioco di specchi e finzioni esplicitato dai dialoghi: le intenzioni di Joe nei confronti di Seligman riflettono quelle di Von Trier nei confronti dello spettatore (“se non credi al mio racconto, come puoi coglierne i significati?“). E ciononostante i singoli blocchi/volumi/capitoli – le storie – sono così accattivanti che nel mare aperto dei giochi intellettuali e delle proprie curiosità, resta anche un po’ di spazio per voler bene alla giovane Joe, e domandarsi che tipo di vita sia quella, se farebbe per noi, o per che tipo di persona faccia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA