«Odio gli horror, mi piacciono i romance»: Luc Besson riscrive Dracula come una storia d’amore eterno
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«Odio gli horror, mi piacciono i romance»: Luc Besson riscrive Dracula come una storia d’amore eterno

Il regista francese racconta un sentimento che sfida il tempo, la morte e la fede: il mito del vampiro si trasforma in una tragedia romantica dove il sangue lascia il posto al desiderio di ritrovare ciò che è perduto

«Odio gli horror, mi piacciono i romance»: Luc Besson riscrive Dracula come una storia d’amore eterno

Il regista francese racconta un sentimento che sfida il tempo, la morte e la fede: il mito del vampiro si trasforma in una tragedia romantica dove il sangue lascia il posto al desiderio di ritrovare ciò che è perduto

dracula

Il decimo giorno della Festa del Cinema di Roma è stato il giorno di Luc Besson e del suo Dracula, una rivisitazione con cui l’autore compie la scelta più radicale possibile: togliere il mito dalle ombre dell’horror e riportarlo alla luce dell’amore. Non terrore, non icone gotiche, non il “mostro che conosciamo”, ma un uomo condannato da un sentimento troppo grande per morire. «Mentre cercavamo nuove idee abbiamo parlato di De Gaulle, Cesare, addirittura di Dio», racconta il regista. «Poi è uscito il nome Dracula, così ho riletto il romanzo di Stoker. Avevo completamente dimenticato che fosse una storia d’amore. Tutti parlano dei denti e del sangue, ma in realtà è un uomo innamorato, disposto ad aspettare quattrocento anni per dire forse solo addio. È così romantico. Io odio i film horror, mi fanno paura. Non mi piace Dracula. Le storie d’amore invece mi attirano

È da qui che nasce il cuore del film: un Dracula innamorato prima che immortale, ferito prima che temuto, soprattutto spinto dall’ossessione di ritrovare la sua Elisabeta. Un sentimento che si intreccia con il tema della fede. «La fede è un’ipotesi», afferma Besson. «Può salvare o distruggere. Il mio Dracula chiede solo una cosa a Dio e quando non la ottiene si chiede chi abbia davvero colpa. Gli uomini fanno del male agli uomini. Non Dio.»

Al centro del racconto ci sono i corpi e gli sguardi: non è un caso che il lavoro con il cast sia stato fisico, quasi rituale. Caleb Landry Jones — di nuovo protagonista per Besson dopo Dogman — racconta così l’esperienza: «Perché tornare a lavorare con lui? Perché è Luc. Ti tira fuori un coniglio dal cappello ogni volta. Questa volta ci ha fatto lavorare con la danza Butoh, abbiamo ascoltato musica, ci siamo immersi in un legame fisico e mentale. È stato un viaggio. Non avrei mai immaginato Dracula così.»

Accanto a lui, Zoë Bleu dà volto ed emozione a Elisabeta/Mina. Per l’attrice, il film è stato trasformativo: «Non volevo guardare altri Dracula: il nostro è tenero, gentile. Non è un mostro ai miei occhi. Mi ha cambiata come donna e come interprete. Amo l’amore e credo che nel mondo di oggi ce ne sia bisogno. La cosa più bella è vedere il pubblico entrare aspettandosi l’oscurità e uscire invece con addosso leggerezza

Anche Matilda De Angelis, interprete di Maria, sottolinea la dimensione “d’ensemble”: «Ho condiviso il set con attori straordinari. È stata un’estate intensa e bellissima. Luc è un artista, un visionario, e per me è stato un onore diventare una creatura della sua immaginazione». Parlando invece del suo personaggio, aggiunge: «Come si interpreta un vampiro? Nessuno lo sa, perché non esistono, quindi ognuno può renderli ciò che vuole. Nel caso di Maria abbiamo qualcuno che passa da uno stato d’animo all’altro in modo repentino. Un attimo prima è un gattino sensuale che fa le fusa, un secondo dopo ti attacca».

La scelta estetica — visiva prima che narrativa — guida tutto: «Ho portato il direttore della fotografia nei musei», spiega Besson. «Volevo fargli vedere i quadri, l’arte, non l’immagine televisiva. I pittori mettevano mesi su una sola tela: lì c’è il cuore. Io dietro di lui spengo sempre metà delle luci: voglio romanticismo, non artificio».

Il risultato è un Dracula che parla al presente: un film sul desiderio di trattenere ciò che il tempo porta via, sull’amore come fede personale, sul vuoto che resta quando la perdita è insopportabile. Lontano dal terrore, vicinissimo alle ferite dell’animo umano.

«Non mi interessa il mostro» dice Besson. «Mi interessa l’uomo che ama. E questo, a volte, fa più paura di tutto».

Foto: Getty ( Vittorio Zunino Celotto)

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