Christopher Nolan ha deciso di ricalibrare la nostra idea di “ambizione” non solo girando un film realistico in cui l’uomo esplora altre galassie o prendendo di petto 2001: Odissea nello spazio o ancora applicando il suo rigore ad uno dei generi più difficili, “la space opera”. La sua ambizione con Interstellar sta nell’aver girato un film sullo spazio profondo… dal vero, cioè con un utilizzo minimo di computer grafica. Praticamente “l’anti-Gravity.

Joseph Cooper, l’astronauta interpretato da Matthew McCounaghey (che Nolan sostiene d’aver scritturato dopo Mud e quindi prima dell’esplosione della sua carriera “seria” con Dallas Buyers Club), è il prescelto per capitanare una spedizione disperata verso l’ignoto, alla ricerca di un nuovo pianeta per la razza umana, uno in cui vivere e prosperare ora che la Terra si ritrova priva di risorse alimentari. In un futuro vicinissimo, indistinguibile dal nostro presente, ci rimane infatti pochissimo su cui fare affidamento, e l’unica soluzione sembra andarsene: per questo Cooper abbandona la sua famiglia per un viaggio interstellare al di fuori della nostra galassia dalla durata imprevedibile («Ho dei figli», è la sua prima obiezione alla missione; «E allora vai lassù e salvali; la loro generazione sarà l’ultima a sopravvivere sul nostro pianeta», la risposta del committente della spedizione, il Dottor John Brand interpretato da Michael Caine).

Ebbene: l’astronave esiste sul serio, l’hanno costruita in scala 1:1; i ghiacciai visti nei trailer esistono sul serio (sono andati in Islanda a girare); i dettagli che si vedono fuori dagli oblò esistono sul serio, nel senso che non si tratta di green screen ma di videoproiezioni («Così anche gli attori possono guardare qualcosa e non una parete verde!» ha detto Nolan). Insomma, tutto o quasi è stato realizzato sul set e molti degli effetti speciali non sono digitali ma simili a quelli degli anni ’70: modellini e giochi di luce.

Bisogna essere davvero ambiziosi per fare un film sull’ignoto, quella parte di spazio che a stento sappiamo immaginare come sia, e a maggior ragione per farlo costruendo tutto da zero o utilizzando luoghi incredibili della Terra come fossero altri pianeti, sfruttando il digitale solo quando è proprio indispensabile. Bisogna essere dei folli per farlo dopo che Alfonso Cuarón ha completamente rimescolato quel che credevamo di sapere sul rapporto tra vero e falso nel cinema (o meglio, ciò che è vero e ciò che lo sembra ma in realtà è digitale), girando Gravity senza nemmeno far indossare le tute spaziali ai protagonisti, tenendoli in un teatro di posa traboccante di pareti verdi (quelle che, in post-produzione, vengono sostituite con sfondi in computer grafica) oppure in una “scatola di luci” per le inquadrature più ravvicinate. Nelle scene spaziali di Gravity l’unica cosa vera è il volto, tutto il resto è digitale, invece Nolan con il suo film di fantascienza poco digitale e molto analogico (pellicola inclusa) vuole affermare che il ritocco digitale è una scelta e come tale non c’è bisogno di ricorrervi per ogni soluzione, ma solo quando è indispensabile. Il cinema vecchio stampo che si sposa con quello nuovo, la fantasia analogica che va a braccetto con la potenza digitale, una volontà che farebbe commuovere di gioia Michel Gondry. […]

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