Il remake è ormai una pratica ben collaudata nel sistema cinema, ma resta comunque un’arma a doppio taglio: da una parte aleggia sempre lo spettro dell’opera originale, con cui il confronto è inevitabile, dall’altra permane il fascino del restyling di un prodotto già esistente, per adattarlo a nuovi contesti.

In questo senso, Oldboy di Spike Lee si presta a molteplici chiavi di lettura. La struttura è la stessa del film di Park Chan-wook, vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes 2004: un uomo viene rapito e rinchiuso in una stanza d’albergo per 20 anni senza un motivo, e infine liberato altrettanto inaspettatamente. Fuori dalla prigione, la sua unica ragione di vita diventa trovare il suo rapitore e scoprire le ragioni del suo sequestro, nella speranza di ritrovare anche sua figlia, data in adozione dopo l’omicidio della madre (di cui lui stesso viene accusato).

I punti di contatto tra le due versioni, però, finiscono qui. La prima differenza la si nota nei protagonisti: il Joe Ducett (Josh Brolin) di Lee è più caratterizzato dell’Oh Dae-soo (Min-sik Choi) di Chan-wook, che era una figura senza passato e quasi senza nome. Qui, prima della metamorfosi, scopriamo che Joe è un advertising executive sul baratro, alcolista, marito adultero e padre assente: una figura negativa, che Lee ci presenta in questo modo per rendere la sua prigionia una sorta di viaggio purificatore dell’anima. Anche nel look i due personaggi si distinguono: una sorta di Neo di Matrix invecchiato quello di Brolin, contro la versione inquietante di Charles Bronson di Min-sik.

Ma la distanza tra le due pellicole è evidente soprattutto nei toni con cui vengono affrontate le tematiche: il film di Chan-wook è angosciante, oscuro, brutale e poetico, caratterizzato da una tensione hitchockiana che cresce via via che il protagonista si avvicina alla verità, che si rivela limpida attraverso i flashback; Spike Lee, invece, vira più sull’action-drama, dando un tocco più commerciale alla storia, ammorbidendo con un senso di speranza anche lo sconvolgente twist finale. Il punto di partenza resta la fonte primaria, il manga di Garon Tsuchya, che viene rivisitato in stile comics. E questo è un dettaglio riscontrabile nel diverso approccio alla violenza: cruda, ipnotica e riflessiva quella del regista coreano, nell’opera di Lee si trasforma in un mix di pop e pulp, che a tratti sembra uscire dritto dalle pagine di un fumetto di Frank Miller – oltre alla celebre sequenza dell’uno contro tutti, girata con lo stesso piano sequenza dell’originale, basti vedere il primo faccia a faccia tra Brolin e il personaggio di Samuel L. Jackson, grottesco e tarantiniano). La vendetta di Chan-wook era inserita in un contesto culturale (la filosofia orientale) e cinematografico (la trilogia della vendetta) ben preciso; quella di Lee, invece, fa parte di una società schiava della tecnologia (oltre il martello, l’iPhone è lo strumento più utilizzato nel film), in cui, citando le parole di Sharlto Copley, villain agghiacciante, «la televisione fa credere alla gente quello che vuole».

Preso come opera a sé, non si può dire che questo Oldboy sia costruito male: la regia è sontuosa, e porta lo spettatore nell’inferno del protagonista con inquadrature virtuose e sequenze che esaltano il genere d’appartenenza. Il problema è che tutto stona con lo stile a cui ci ha abituato il regista di Fa’ la cosa giusta, sempre attento a dare ampio spazio al contesto urbano con le sue lotte razziali (al centro di film quali He Got Game e La 25esima ora, ma presente anche in Inside Man), che qui invece viene trascurato completamente anche perché non fondamentale nell’economia della storia. Chiamiamola voglia di sperimentare, dunque, e considerando che il cinema di Chan-wook non è roba per tutti, il pubblico potrebbe anche apprezzare.

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