La polemica ce l’ha nel sangue, c’è poco da fare. Forse anche troppo. Incontrare Oliver Stone non è mai un momento come gli altri, soprattutto quando mette in scena il lato oscuro della sua amata/odiata America, come nel caso del suo nuovo Snowden (che esce da noi dopodomani, giovedì 24 novembre, qui la recensione), con protagonista Joseph Gordon-Levitt, in cui racconta la vicenda dell’informatico dell’NSA (Agenzia di Sicurezza Nazionale) diventato nemico numero uno degli Stati Uniti dopo aver rivelato al mondo “la più grande azione di sorveglianza di massa”. L’irruenza con cui risponde alle domande provoca talvolta il dubbio che siano state mal poste, o addirittura che in realtà a essere intervistati siamo noi giornalisti, non lui…

Lo abbiamo incontrato al Toronto Film Festival, dove ha presentato in anteprima il suo nuovo film. E lo ha raccontato a Best Movie.

Che tipo di ostacoli ha trovato di fronte nel realizzare Snowden?
«Che io sappia non abbiamo subito alcuna intimidazione da NSA o altri. Abbiamo girato in Germania, negli Stati Uniti per le scene ambientate a Washington, poi alle Hawaii, Hong Kong e Mosca, dove si svolgono alcuni momenti importanti della vita di Snowden. Le difficoltà maggiori sono venute dai tempi di lavorazione, è stato un film difficile da fare, non c’è stato alcun supporto da parte degli Studios. Il merito è tutto di Open Roads, che ha realizzato anche Il caso Spotlight».

Quale dei set in cui ha girato l’ha affascinata maggiormente?
«Senz’altro Mosca. Ci sono andato la prima volta nel 1983 per scrivere una sceneggiatura sull’era di Breznev. Ho incontrato molti ex dirigenti di partito che erano stati rinchiusi per anni in ospedali psichiatrici perché ritenuti dissidenti. Alcuni di loro erano davvero messi male a causa di tutti i medicinali presi a forza. Come per Snowden gli incontri erano clandestini, nella metropolitana a tarda notte o in qualche parco. Dovevo girare quello script con Martin Bregman, il produttore di Scarface. Però litigammo proprio a causa di quel film e lui seppellì il progetto. Poi sono stato invitato negli anni ’90 quando feci JFK, è stato molto affascinante: un’altra era, selvaggia, piena di criminali. Con alcuni di loro mi sono preso qualche bella sbornia. E ci tornerò, voglio girare un documentario su Putin…».

Cosa pensa dell’esilio forzato di Snowden in Russia?
«Se fosse vissuto negli anni ’60 avrebbe ricevuto un trattamento migliore riguardo la sua richiesta di asilo politico. Mi riferisco soprattutto a Paesi come Canada, Svizzera, Francia e Svezia. Erano nazioni neutrali, dove le persone avevano una propria idea ed erano liberi di esprimerla. Il dominio economico degli Stati Uniti si stava espandendo ma non era castrante come oggi. Un uomo chiede asilo e viene trattato in questo modo perché tutti sono spaventati dal potere americano. La Svezia può essere accusata della stessa codardia con il caso Assange».

Torniamo al film: quali informazioni ha usato per scriverlo?
«Le abbiamo avute da Edward stesso e dai libri di Luke Harding e Anatoly Kucherena. Tra ciò che non sapevo mi ha colpito l’operazione a Ginevra, dove il team dell’agenzia doveva servire per un’operazione di routine mentre in realtà stavano spiando tutti. Siamo stati accurati nelle ricostruzioni, ma abbiamo adoperato anche immaginazione e un po’ di CGI. Il production designer Mark Tidesley ha creato dal nulla molti dei set. Per esempio il tunnel che vediamo nella parte ambientata nelle Hawaii è stato girato vicino Monaco, in una sotterraneo aperto negli anni ’30 che porta a delle catacombe. Non è che abbiamo dovuto inventare grandi macchinari o scenografie particolari. Edward mi ha detto che nella maggior parte dei casi i più grandi segreti si trovano dentro la scatola di un modem. C’è poco o nulla di affascinante in questo, no? Lui è rimasto molto soddisfatto del nostro lavoro, ci ha aiutato a evitare errori tecnici in cui avremmo potuto incappare. Ci sono state rappresentazioni sbagliate di ciò che ha fatto».

Le è stato invece di aiuto Citizen Four, il documentario di Laura Poitras?
«No. Anche se è stata una figura chiave nell’intera vicenda, non l’abbiamo consultata. O meglio, abbiamo provato ma non è stata d’aiuto. Non ci ha voluto mostrare il suo materiale, forse pensava che avremmo tentato di impedirle di realizzare il documentario. È stata paranoica, le nostre intenzioni erano delle migliori. Insomma, si è trattato di un vicolo cieco, come del resto ce ne sono stati altri. Molte persone erano a conoscenza di quello che successe, la Poitras non era l’unica a saperlo».

Vedendo il film si ha la sensazione che abbia adattato il suo stile per andare incontro a un pubblico più ampio…
«Certo, che c’è di male? I miei film sono per tutti. Se i giovani capiscono Snowden anche meglio, sono idioti, non sanno nulla di questo, si perdono il mondo in cui vivono. Forse il mio film potrà addirittura essere un po’ troppo complicato per loro… Quando ho realizzato Platoon o Nato il 4 luglio i giovani venivano al cinema perché pensavano. Oggi è il contrario, magari qualcuno di loro è più sveglio, ma è un’eccezione. Anche in passato c’erano comunque i cretini: molti vennero a vedere Platoon per le scene di battaglia, con Wall Street erano affascinati dal successo di Gordon Gekko. Neppure capivano che era il cattivo della storia!».

C’è un filo conduttore tra Edward Snowden e altri “eroi americani” che ha portato al cinema, come ad esempio Ron Kovic e Jim Garrison?
«Sì, a modo loro sono tutti uomini che si sono ribellati. Persone che non hanno accettato in maniera passiva le reazioni comuni a determinati eventi. Eroi riluttanti direi: Garrison soprattutto non voleva essere coinvolto nei fatti che lo hanno riguardato. Nel 1963 rinunciò al caso JFK, lo riprese solo quattro anni dopo la conversazione con il senatore in Louisiana, e tornò a indagare sull’assassinio Kennedy».

Nel suo film non è troppo tenero con Barack Obama e la sua gestione del caso Snowden…
«Perché avrei dovuto esserlo? Obama ha costruito e gestito il sistema di sicurezza più grande della storia americana. Non c’è mai stato un sistema di sorveglianza così vasto, rispetto all’era Bush si è decuplicato, e non sto sparando cifre a caso. La NSA ha armi sempre più potenti e sofisticate, si sta passando a un nuovo livello di sorveglianza. Non solo non ha cambiato il sistema ma l’ha rinforzato, tenendo le stesse persone che sarebbero dovuto essere cacciate perché hanno mentito al popolo americano. Alla fine ha tollerato gli eccessi di Bush, quando ha detto che avrebbe cambiato le cose. Vale la pena ricordare che le rivelazioni di Snowden sono arrivate nel 2103, dopo cinque anni di mandato Obama… È stato molto efficiente con il suo basso profilo sulla faccenda, ma dietro la facciata si è rivelato un lupo. Obama è un uomo che non si confronta veramente con nulla, ma ciò non significa che sia debole…».

Possiamo dire che Oliver Stone in un certo senso è lo Snowden del cinema americano?
«Nei miei film ho messo in discussione il sistema, l’ho sfidato e mi sono fatto molti nemici. Penso che il paragone sia calzante…»

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