Olivier Assayas, regista francese di opere di culto, ha raggiunto tre anni fa con Sils Maria l’apice della sua creatività artistica, realizzando un Eva contro Eva 2.0 aggiornato all’ambiguità dei media contemporanei e alle radicali mutazioni, nelle relazioni umane e comunicative, che essi hanno provocato. Il regista della miniserie Carlos con il suo film successivo, Personal Shopper, ha girato un controcampo e una costola di Sils Maria: ancora una giovane donna, interpretata anche questa volta da Kristen Stewart, alle prese con un diva cui fare da assistente. A differenza della Maria Enders di Juliette Binoche, però, l’attrice di Personal Shopper in scena non c’è: una presenza fuori campo che permette ad Assayas di spostare il focus tutto sulla Stewart e sul suo personaggio, Maureen: una ragazza fragile e in contatto con delle entità spiritiche tra cui il fantasma del fratello defunto, Lewis. Una storia di spettri che diventa, nelle mani del regista francese, un thriller elegante e sofisticato, teso e struggente.
Abbiamo incontrato Assayas a Roma, in occasione della presentazione del film, per parlare insieme a lui di Personal Shopper, del presente e delle sue mille facce, e ovviamente anche di Kristen Stewart.
Come nasce Personal Shopper?
Di sicuro dal fallimento di un film che dovevo fare con Robert De Niro e Robert Pattinson. Abbiamo perso i finanziamenti il giorno prima di iniziare a girare ed è stato un vero disastro. Allora mi sono messo a lavorare su quest’idea incentrata su una giovane ragazza straniera a Parigi. Sicuramente avevo in mente Kristen fin dall’inizio, avevamo lavorato insieme fino a sei mesi prima per Sils Maria ma non sapevo se sarebbe stata interessata. All’inizio Personal Shopper era qualcosa di più sperimentale, ma la prima persona a cui ha dato la sceneggiatura è stata proprio Kristen. Per fortuna ha accettato. Con lei posso fare cose che non potrei fare con nessun’altra attrice.
Quale è il nucleo da cui sei partito per realizzare Personal Shopper? È stato il legame tra la parola medium, inteso come strumento di comunicazione ma anche come tramite per una connessione spirituale, e il sistema dei media ad ispirarti?
È molto difficile rispondere alla tua domanda ma sicuramente sono partito da lì perché penso che siamo tutti dei medium, in fondo. L’identità umana si definisce mediando continuamente tra il visivo e il non visivo, tra la nostra immaginazione e la nostra percezione. Siamo definiti da questa interazione e forse l’immaginazione che abbiamo nella testa è pure più vera di quello che vediamo, perché è guidata dal desiderio di comunicare col nostro inconscio. I nostri fantasmi e i nostri sogni sono più reali del lavoro che facciamo ogni giorno per pagare l’affitto, probabilmente.
I media, secondo te, ci portano ad uscire dal nostro corpo? Uscire da se stessi attraverso la tecnologia è una dei fenomeni più importanti del presente ma anche un aspetto fortissimo, nel tuo film.
Si tratta di una delle caratteristiche di Maureen, un personaggio vuoto ma sicuramente non completo. Lei ha perso la metà di se stessa e deve ricostruire questa metà, attraverso delle ipotesi. Non è esattamente un personaggio che esce da se stessa ma un personaggio che cerca se stessa, un personaggio multiplo.
È anche un personaggio multimediale, che usa diversi strumenti di comunicazione.
Verissimo. Il cinema lo fa poco, ma uno dei modi più importanti oggi per indagare l’umano sarebbe soffermarsi sulla memoria aggiuntiva che ci forniscono gli smartphone rispetto alla totalità del sapere umano, oggi paurosamente accessibile.
Il tuo film è un grandissimo atto d’amore al corpo di Kristen Stewart, quasi un corpo a cuore, per citare il titolo di un film di Paul Vecchiali che sicuramente hai visto. Maureen ha anche una malformazione al cuore che condivide col fratello morto. Kristen stessa ti ha definitivo un regista cerebrale che qui però si è lasciato andare totalmente all’emozione. Sei d’accordo?
Io non so se sono affascinato dal corpo di Kristen, ma sicuramente sono sempre stato attratto dal suo uso del corpo nei film in cui ha recitato, scoprendola da vicino in Sils Maria. Non ho mai visto un’attrice fare delle cose semplici come le fa lei: prendere un bicchiere, prendere una bottiglia, sedersi, diventa qualcosa di cinematografico, incredibilmente. Non l’ho inventata certo io, lei aveva talento ed era geniale anche prima di incontrarmi. Ho solo avuto la capacità di chiederle di essere se stessa al cinema, forse per la prima volta. Prima i suoi film erano dipendenti dai suoi personaggi, ma lei aveva questa frustrazione costante di non poter essere se stessa sullo schermo che a me pareva di avvertire in maniera tangibile nelle sue interpretazioni.
In Sils Maria, in un dialogo tra il personaggio Juliette Binoche e quello di Kristen Stewart avevi inserito una frase un po’ scherzosa e provocatoria secondo la quale i fantasy e i film di fantascienza oggi sarebbero più profondi del cinema impegnato. In questo caso volevi per caso fare un fantasy secondo Olivier Assayas, per così dire?
Nei miei film c’è sempre stato un elemento fantastico, soprannaturale e di genere in realtà, anche quando non era esplicito. Quando ho iniziato a fare dei film ed ero un giovanissimo critico di cinema sono stato influenzato soprattutto da John Carpenter, Wes Craven, David Cronenberg e forse dal più grande di tutti, Dario Argento. Questi registi che mi hanno molto influenzato non sono registi di serie B ma per me sono registi di serie A+, perché hanno accesso a una dimensione più profonda dell’esperienza umana, rispetto al cinema psicologico in senso classico: c’è un’intimità fisica con lo spettatore, col cinema di genere. Io uso il genere come fosse un colore.
Nei tuoi film usi spesso universi narrativi preesistenti, che siano il muto, YouTube o il cinema di Hong Kong. Il tuo è un cinema della giovinezza dei dispositivi, della metamorfosi, della vitalità dei formati. La pittrice Hilma af Klint che ha un ruolo così importante in Personal Shopper come l’hai scoperta, invece?
Per caso, un po’ come Maureen fa nel film. Era più o meno quando stavo scrivendo, non ricordo se prima o dopo aver iniziato una ricerca sui medium e l’al dil là nel mondo contemporaneo. Si è trattato di un scoperta a dir poco folgorante: all’inizio dell’arte moderna c’è questo personaggio a dir poco sconosciuto, una donna del XX secolo che dialoga con Kandinskij da vicino. Ci sono pochissime donne così importanti nella storia dell’arte e lei per di più era anche una medium.
In Personal Shopper ci sono anche degli effetti speciali in CGI, da blockbuster. Sono ottimi, anche considerando che non avevi tra le mani un budget stellare…
Non li volevo sofisticati, volevo dare una tessitura non digitale a queste apparizioni in modo che sembrassero degli spettri molto concreti. Mi sono ispirato alla fotografia spiritualista che si faceva all’inizio del XX secolo, delle sovrimpressioni naïf e primitive in apparenza, se viste oggi, ma molto perturbanti e disturbanti.
Kristen Stewart ha detto che il film è ambientato al giorno d’oggi ma poteva anche farsi negli anni ’30, per via del suo rapporto con la moda e il divismo. Il tempo è da sempre centrale nel tuo cinema. E il bellissimo brano che chiude il film si chiama Track of Time…
Mi interessava proiettare lo spiritualismo della fine del secolo oggi. Tutti i film hanno a che vedere con una forma di intimità e cerco col tempo lo stesso rapporto, di natura ciclica. Più passa il tempo poi e più mi piace proiettarmi in un personaggio giovane. Come Maureen.
Quando la conversazione con lo smartphone si fa incessante tu mostri sempre luoghi di passaggio e trasporto: stazioni, treni, check-in, aeroporti, viaggi. Una rappresentazione efficacissima delle nostre vite, sempre connessi, sempre in transito.
Cercavo delle azioni per corredare quei momenti. Per questo mi sono spostato a Parigi, Londra, Praga, in Oman.
Notizia di ieri è che dirigerai il thriller Wasp Network. Saresti così gentile da farci il punto sui tuoi prossimi progetti?
Ho scritto con Polanski l’adattamento di una novella, D’après une histoire vraie, e lui ha girato il film. Non ho ancora visto nulla, è al montaggio al momento, ma è stato un lavoro enormemente interessante e io sono un grandissimo fan di Polanski e del suo lavoro. C’è in ballo un altro thriller con Pattinson che dovevo fare e che non è sicuro se si farà o meno, ma di sicuro farò Wasp Network, il progetto su delle spie cubane a Miami all’inizio degli anni ’90.
Ma a te Twilight piaceva? Hai lavorato due volte con la Stewart, vorresti lavorare con Pattinson…
(Ride) Kristen è una buona amica di Charles Gillibert, che aveva prodotto On the Road di Walter Salles ed è anche il mio produttore. Lui mi aveva detto di provare a sentire Kristen e Robert, che all’epoca stavano insieme, se avevo dei progetti americani, perché volevano fare delle cose diverse. Sono andato a trovare Robert a Londra per un ruolo e lì ho conosciuto anche Kristen. Non siamo diventati esattamente amici, ma si è instaurata una relazione molto simpatica e cordiale tra noi tre. Alla fine ho fatto due film con Kristen e nessuno con Robert!
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