Nel giorno d’apertura del Festival di Cannes 2025, un gruppo composto da oltre 350 figure del mondo del cinema internazionale — tra attori, registi, produttori e autori — ha firmato una lettera aperta per denunciare l’uccisione della fotoreporter palestinese Fatma Hassona, avvenuta durante un attacco aereo israeliano il 16 aprile scorso. Hassona, 25 anni, era la protagonista del documentario Put Your Soul on Your Hand and Walk di Sepideh Farsi, selezionato nella sezione ACID del festival. Il documento, diffuso da Variety, accusa l’industria cinematografica di inaccettabile passività di fronte ai crimini commessi contro civili e operatori culturali palestinesi, e richiama il cinema alla sua responsabilità storica e morale.
Tra i firmatari spiccano nomi di rilievo come Mark Ruffalo, Ralph Fiennes, Pedro Almodóvar, Alfonso Cuarón, Mike Leigh, David Cronenberg, Yorgos Lanthimos, Javier Bardem, Melissa Barrera, Alex Gibney e Viggo Mortensen. Accanto a loro, anche una nutrita presenza italiana che include Paolo Sorrentino, Francesca Archibugi, Matteo Garrone, Gabriele Muccino, Paolo Virzì, Gianni Amelio, Sergio Castellitto, Isabella Ferrari,, Valerio Mastandrea, Jasmine Trinca, Laura Morante, Alessandro Gassmann, Claudio Santamaria e molti altri.
La lettera non si limita a denunciare l’uccisione di Hassona e dei suoi dieci familiari, tra cui una sorella incinta, ma critica anche il comportamento dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, accusata di aver ignorato l’aggressione subita dal regista palestinese Hamdan Ballal, vincitore dell’Oscar per il documentario No Other Land. Ballal è stato recentemente assalito da coloni israeliani e rapito dall’esercito israeliano, venendo liberato solo dopo un’ondata di pressioni internazionali. Solo dopo giorni di silenzio, l’Academy ha rilasciato delle scuse pubbliche, giudicate tuttavia insufficienti da molti.
«Siamo indignati per tale passività», si legge nella lettera. Gli artisti invitano il mondo del cinema a non rimanere neutrale di fronte a quello che viene definito un «genocidio in corso a Gaza», sottolineando che l’arte non può essere complice dell’oppressione: «Qual è il senso delle nostre professioni, se non quello di trarre insegnamento dalla storia, di essere presenti per proteggere le voci oppresse?». Il messaggio si chiude con un appello all’azione: «Il cinema ha il dovere di portare i loro messaggi, di riflettere le nostre società. Agiamo prima che sia troppo tardi».
Fonte: Variety
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