Un anno dopo La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2025 e poi vincitore del Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, il cinema torna a interrogarsi su Gaza attraverso un’opera che sceglie una prospettiva radicalmente diversa. NAZA, documentario britannico di 80 minuti diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, guarda infatti alla guerra dall’interno della società israeliana e, più precisamente, attraverso le testimonianze di uomini e donne che hanno preso parte ai meccanismi militari e di intelligence utilizzati nella Striscia. Il film nasce da un lavoro durato quasi tre anni e dalle inchieste condotte con +972 Magazine, Local Call e The Guardian, trasformando materiale giornalistico in un dispositivo cinematografico costruito soprattutto attorno alle parole, ai silenzi e a ciò che rimane fuori campo.
A presentarlo in un incontro con la stampa sono stati i registi Yuval Abraham e Rachel Szor, insieme alla produttrice Lindsay Poulton, al produttore Jim Wilson e al produttore esecutivo per The Guardian Paul Lewis. È proprio la natura ibrida del progetto, sospesa tra inchiesta e cinema, a rappresentare uno dei primi punti affrontati. Abraham, giornalista investigativo oltre che regista e già coautore di No Other Land, ha spiegato come la necessità di pubblicare rapidamente le informazioni raccolte non fosse sufficiente a esaurire ciò che stavano cercando di raccontare.
«Penso che, dopo quegli anni, e anche dopo aver realizzato No Other Land, abbiamo sentito che c’è una forza nel portare questa storia al cinema, nell’utilizzare gli strumenti cinematografici. Anche per cercare di mettere insieme eventi diversi, come abbiamo fatto in No Other Land, e per provare a raggiungere quante più persone possibile». Il cinema, aggiunge Abraham, permette inoltre di affrontare dimensioni che difficilmente trovano spazio nell’inchiesta tradizionale: «Anche per toccare argomenti che nel giornalismo non puoi toccare. Il silenzio, le cose che non vengono dette, l’ambiente in cui queste cose avvengono».
Il cuore di NAZA (acronimo militare che significa Nezek Agavi, ovvero “danni collaterali”, e col quale si identificano le vittime civili degli attacchi) significa sono le testimonianze di 24 ufficiali e soldati dell’intelligence militare israeliana, protetti attraverso l’alterazione digitale del volto e della voce. Quella cifra, ha precisato Abraham durante l’incontro, non coincide però con il numero complessivo delle persone raggiunte durante l’indagine: «È stato un processo lungo. Abbiamo trascorso quasi tre anni a farlo. Si basa sul lavoro investigativo realizzato da Local Call e +972 Magazine, una testata israelo-palestinese indipendente, in collaborazione con The Guardian e insieme a una squadra di giornalisti che ha lavorato su questo tema. Quindi, naturalmente, non si tratta soltanto di queste 24 persone. Il numero è più grande».
Arrivare a quelle fonti ha richiesto tempo, ma non necessariamente tecniche eccezionali. Per Abraham, un elemento decisivo è stato il vuoto lasciato da buona parte dell’informazione israeliana. «La maggioranza, e soprattutto i media mainstream, dal mio punto di vista ha tradito questa professione. Sono giornalisti completamente disinteressati a fare domande su ciò che l’esercito israeliano sta facendo a Gaza e su come stia uccidendo così tanti civili, o, ancora peggio, molto spesso rilanciano le giustificazioni e l’incitamento che alimentano queste uccisioni». E proprio in questo contesto, sostiene il regista, «a volte tutto ciò che serve è essere disposti a fare queste domande. Per alcune persone è bastato questo: chiamare qualcuno e fare la domanda».
Le ragioni che hanno spinto le fonti a parlare non sono tutte uguali. Alcune sembrano fare i conti con ciò a cui hanno partecipato; altre mostrano una distanza emotiva molto diversa. «Alcuni di loro sentono chiaramente di aver fatto qualcosa di sbagliato e vogliono parlarne, parlarne in ebraico, in modo che raggiunga il pubblico israeliano. Altri mostrano una certa indifferenza, che è anch’essa molto spaventosa. Non vediamo rimorso. Alcuni ne parlano in modo molto casuale». Altri ancora «esprimono persino una sorta di orgoglio, a volte, per ciò che consideravano il loro risultato o un risultato professionale».
Il film evita però deliberatamente di trasformare il rimorso dei singoli in un percorso drammaturgico. «Per noi questo è un film, prima di tutto, sul sistema di uccisione», afferma Abraham. «I sistemi militari che sono stati utilizzati per perpetrare ciò che le organizzazioni per i diritti umani nel mondo e le Nazioni Unite stanno definendo un genocidio. Questo è il nucleo, il centro di gravità del film». Le motivazioni personali delle fonti rimangono quindi sullo sfondo perché, spiega, approfondirle avrebbe significato allontanare l’attenzione dal funzionamento del sistema stesso.
È anche per questo che il punto di vista israeliano assume un significato preciso. Abraham non lo presenta come più autorevole rispetto alle testimonianze palestinesi, ma come una posizione dalla quale lui e Szor dispongono di un accesso diverso. «Penso che abbia a che fare anche con la nostra posizione nel mondo e con il fatto che siamo israeliani e veniamo da quella società. Credo che questo comporti anche una responsabilità. Come per qualsiasi persona, se il tuo Paese sta commettendo un crimine, penso che tu abbia una responsabilità maggiore nel parlarne e, se puoi, nel cercare di documentare cose alle quali hai accesso».
È un privilegio che il regista mette apertamente in relazione con le condizioni nelle quali lavorano i giornalisti palestinesi. «Noi parliamo e chiamiamo ufficiali dell’intelligence israeliana. Naturalmente, se uno dei nostri colleghi palestinesi lo facesse, probabilmente, nel migliore dei casi, verrebbe arrestato per molto tempo o semplicemente ucciso». Per questo, continua, «stiamo usando il potere che abbiamo, o un certo accesso che abbiamo, all’interno di un sistema che ci concede un privilegio e che riteniamo ingiusto nel modo in cui funziona». Ma questa prospettiva «è un punto di vista che dovrebbe esistere insieme ad altri punti di vista».
La speranza è che proprio la provenienza delle testimonianze renda più difficile respingerle: «Spero che, ascoltandolo dai soldati, in un certo senso diventi più difficile negarlo. Perché purtroppo molte persone continuano ancora a negare tutto questo».
Anche la forma visiva del documentario risponde alla stessa logica. Per gran parte di NAZA, Gaza non viene mostrata direttamente. La macchina da presa resta a Tel Aviv, osservando tetti, finestre, appartamenti e frammenti della vita quotidiana. I registi parlano esplicitamente di Gaza come di una presenza costruita attraverso la sua assenza, indicando tra le influenze anche il lavoro del produttore esecutivo Jonathan Glazer su La zona d’interesse.
Durante la conferenza, questa scelta è stata ulteriormente chiarita. Uno dei registi ha sottolineato come gli operatori dell’intelligence descritti nel film non siano necessariamente figure remote e inconsapevoli delle conseguenze di ciò che fanno: «Queste persone possono sentire ciò che sta accadendo nell’appartamento che stanno per bombardare. Quindi possono sentire un bambino, possono sentire il suono di una televisione, possono sentire le persone. In un certo senso rende ancora più folle il fatto che le persone si abituino a tutto questo».
Tel Aviv diventa così parte integrante del racconto. «È una scelta non mostrare ciò che sta accadendo a Gaza per tutto il film, ma dare questa sensazione di quello che accade in quella città. Prima di tutto, il quartier generale militare israeliano è lì, quindi molti di questi attacchi avvengono da quella città. Ma, in un certo senso, la vita nella città è normale». C’è persino un rituale quotidiano che il film osserva: «Ogni giorno alle otto quasi tutti in Israele sono seduti davanti alla televisione a guardare il telegiornale. Per noi era importante mostrare questo, questa normalizzazione».
Solo alla fine il film rompe questo dispositivo e introduce direttamente immagini provenienti da Gaza. Una decisione motivata soprattutto dal presente nel quale NAZA è stato completato: «Penso che sia anche per questo che per noi era importante mostrare alla fine le immagini di ciò che sta accadendo a Gaza. Naturalmente non sono minimamente sufficienti, non sono minimamente tutto ciò che è accaduto lì. Ma queste cose stanno ancora accadendo». Se il film fosse arrivato molti anni dopo, aggiungono, la scelta avrebbe potuto essere diversa. «Ma queste cose stanno ancora accadendo. Quindi per noi era importante renderlo chiaro. Ci sono ancora persone che lo negano» è stato aggiunto.
Resta infine la questione della verifica di testimonianze sulle quali poggiano affermazioni estremamente pesanti. Abraham rivendica proprio il numero delle fonti come elemento fondamentale del metodo seguito: «Per la mia etica giornalistica, la ragione per cui abbiamo così tante fonti nel film è che sentivamo che, per fare affermazioni così gravi, non potevamo affidarci a una persona o a una manciata di persone». L’obiettivo era poter descrivere «un sistema dall’interno» attraverso un numero sufficientemente ampio di testimonianze indipendenti. «Sono molto fiducioso nel nostro lavoro giornalistico», conclude Abraham, auspicando che negli anni a venire anche una parte crescente dei media israeliani cominci a porre le stesse domande e che «molto di più su ciò che accade dall’interno venga alla luce».
Foto: Aurore Marechal/Getty Images – The Guardian, JW Films (Jim Wilson)
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