Pubblichiamo l’intervista a Paolo Virzì, realizzata dal direttore di Box Office, Antonio Autieri, tratta dal periodico specializzato di cinema dell’Editoriale Duesse, Box Office.

In quasi vent’anni anni di fortunata carriera, Paolo Virzì non aveva mai avuto una chance di correre per l’Oscar, e sì che almeno un paio di volte (Ferie d’agosto e soprattutto Ovosodo, in anni oltre tutto non brillantissimi per il cinema italiano) sembrava il favorito. E anche altre volte (Caterina va in città, per esempio) poteva dire la sua. Ora, con La prima cosa bella, prodotto da Medusa Film con Motorino Amaranto e Indiana Production, il regista livornese rappresenta il nostro cinema alla selezione del Premio Oscar per il miglior film in lingua straniera. Come noto, il film è stato designato dalla Commissione di selezione istituita dall’Anica, composta da vari addetti ai lavori (produttori, distributori, giornalisti e critici, oltre al regista Gabriele Salvatores, allo scenografo Dante Ferretti, e al direttore generale per il cinema del Ministero dei Beni Culturali Nicola Borrelli). Ora Virzì e i suoi produttori puntano ai Golden Globes e ad entrare nella cinquina delle nomination agli Oscar, che saranno ufficializzate il 25 gennaio; la premiazione si terrà invece il 27 febbraio. Prima di partire per il primo tour americano (il film fra l’altro aprirà il 10 novembre la rassegna Cinema Italian Style a Los Angeles), così ha commentato con noi la candidatura del suo film.

Box Office: La sfida dell’Oscar e della distribuzione negli Usa non è facile: con quale stato d’animo si imbarca in questa avventura?

Paolo Virzì: Siamo onorati e commossi di questa designazione e anche caricati di una bella responsabilità. Si trattava di scegliere tra una serie di film con ottimi motivi per essere presi in considerazione. La scelta caduta sul nostro film ci riempie d’orgoglio e allo stesso tempo ci fa sentire responsabili di far fare bella figura a tutto il cinema italiano. Contiamo sul fatto di avere un film molto italiano, per lo stile e il contesto narrato, ma allo stesso tempo dove si raccontano sentimenti, quindi, universale, con una forte capacità di emozionare, di unire lucciconi e risate. La prima cosa bella potrebbe suscitare l’affetto di questi fantomatici giurati votanti dell’Academy, che mi vengono descritti come un po’ diversi dai giurati dei festival, magari con minori pretese ma più desiderosi di appassionarsi ed emozionarsi. Credo di portare un film che non li farà annoiare e facile a essere identificato, non un oggetto misterioso. Speriamo bene, io sono fiducioso.

BO: Nel recente passato agli italiani non è andata molto bene… Sono state situazioni contingenti?
PV: Credo di sì, magari a volte non si è scelto il cavallo giusto. Credo che il nostro cinema, nonostante tante difficoltà, sia molto vivo: non è un caso che la commissione Anica avesse l’imbarazzo della scelta. Il fatto che sia stato scelto un film dall’impronta molto italiana significa che puntiamo con orgoglio sul nostro modo di raccontare, e questo mi fa piacere. Dobbiamo avere più fiducia nelle nostre capacità, che secondo me sono enormi.

BO: Qual è stata finora la sua esperienza in America? Quanto sono stati visti i suoi film?
PV: È stato distribuito bene solo Caterina va in città, che fu consigliato per tutta una stagione dal New York Times ed ebbe un buon risultato commerciale; Ovosodo fu acquistato dalla Miramax ma non per il passaggio in sala. Non sono certo conosciuto dagli americani, che però in genere guardano con simpatia all’Italia, autori e sceneggiatori dichiarano il loro amore per il nostro cinema e di aver preso spesso ispirazione dai nostri film; i nostri attori del passato sono molto amati dagli addetti ai lavori.

BO: Cosa pensa delle polemiche veneziane sui film italiani che faticherebbero a trovare interlocutori disposti a comprenderli?
PV: Non mi sembra; nonostante tante difficoltà mi pare che miracolosamente riusciamo a sfornare tanti bei film: c’è un cinema molto combattivo, difficile da ammazzare. Ci provano in tutti i modi ma non ci riescono. Il fatto di non aver vinto premi a Venezia non vuol dire nulla: le giurie sono composte da una manciata di persone e non sono “l’estero”. Il nostro rapporto con i mercati internazionali non è facile per tanti motivi: non abbiamo un sistema, non abbiamo mai avuto una politica seria di promozione, di accordi, di coproduzioni; abbiamo una legislazione che sembra scoraggiarle. E il sistema delle vendite non è favorito dalla legislazione: non è quasi conveniente vendere un nostro film. Ma quando un nostro film ha la chance di essere mostrato nelle sale di un altro Paese o a un festival, riscuote in genere molto affetto e consensi; penso a rassegne come Open Roads al Lincoln Center di New York con il tutto esaurito a ogni proiezione e applausi e consensi alla fine… Abbiamo delle potenzialità.

BO: Come lavorerete per affrontare la battaglia per gli Oscar?
PV: Medusa e Indiana hanno messo al lavoro dei publicist che stanno pianificando una campagna promozionale, che parte con la corsa ai Golden Globes. Hanno preso la cosa sul serio perché ci tengono a fare bella figura: sono certo che lavoreranno bene. Ho dato la mia disponibilità: non mi sottrarrò a nulla… Ci saranno molte proiezioni, incontri. E stiamo trattando con tre distributori americani per l’uscita in sala negli Usa. Sono tre belle proposte, valuteremo la migliore.

BO: Il film può essere un veicolo internazionale per attori che – a parte Stefania Sandrelli – non sono conosciuti negli Usa?
PV: Nel mio film gli attori, molto bravi, sono una grande risorsa: un bel fiore all’occhiello del nostro cinema. Mastandrea, Pandolfi, Ramazzotti, Sandrelli, Messeri, Albelli. E anche quelli impegnati in piccoli ruoli. Non dobbiamo prendere lezioni da nessuno.

BO: In generale, è un bel momento per gli attori.
PV: Sì, è vero. Sono innamorato degli attori italiani, e c’è una nuova leva eccezionale di interpreti trentenni. Magari ce l’avessimo avuta quindici anni fa. Oggi questo gruppo rappresenta un grande potenziale, che fa anche venir voglia di fare cinema.

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