Periodo fortunato per il grande cinema americano, che dopo Rush (e in un certo senso anche dopo Gravity) sforna un altro capolavoro come Captain Phillips, storia (vera) dell’equipaggio di una nave che venne sequestrato dai pirati somali nel 2010, e poi liberato dall’intervento della Marina americana. Interpretato da un eccezionale Tom Hanks, il film è diretto da un uomo che i più ricordano per il suo contributo all’action moderno (Bourne vi dice nulla?), ma che in carriera ha diretto anche film di denuncia come Bloody Sunday, o storie vere (uno dei suoi “pallini”) di coraggio ed eroismo come, appunto, quella raccontata in Captain Phillips.

In occasione della promozione del film, abbiamo incontrato Greengrass, e gli abbiamo chiesto il perché della scelta di un film sui pirati, e come ha fatto a trovare una ciurma di persone disposte ad abbordare navi mercantili, anche se solo per finta…

Best Movie: Lei lavora spesso con storie vere. Non trova che questo possa limitare la libertà di un regista?
Paul Greengrass:
 «Capisco cosa intende, ma in effetti penso che non sia così. Dipende da come uno è fatto: io  percepisco il mondo come un posto eccitante, pieno di storie bellissime che bisogna andarsi a cercare.  Ed è meraviglioso quando le trovi, e bisogna avere fiducia che si possano poi raccontare proprio così, come sono accadute. Io ho iniziato con un programma televisivo che si chiamava World in Action, in cui c’erano dei reportage fatti da registi invece che da giornalisti. Bisognava muoversi, andare fuori nel mondo. Mi ricordo che mi dissero “Non troverai mai una buona storia se stai in ufficio!”».

BM: Per questo ha chiesto di girare quasi tutte le scene di Captain Phillips dal vero, sull’acqua?
PG: «Esattamente, ho voluto girare il più possibile sul mare! Dà al film un senso di autenticità, e trovo molto potente quel mix fra gli spazi oceanici del mare e la claustrofobia della barca. Credo che regali al film delle grandi emozioni».

BM: C’era una scena che ancora prima di iniziare a girare le metteva più ansia? Quella che non vedeva l’ora di terminare?
PG: «Qualsiasi regista le dirà che la scena che mette più paura è quella di domani, e quella più facile è quella di ieri! Però sì, due sequenze di Captain Phillips hanno presentato le maggiori difficoltà: quella in cui i pirati salgono a bordo e catturano la Maersk Alabama, e quelle finali,  con l’arrivo  della Marina militare americana. Inoltre giravamo con poca luce, e c’erano infinite misure di sicurezza da rispettare durante le riprese».

BM: Quando ha capito che avrebbe voluto fare il regista cinematografico? Ci sono dei registi che l’hanno ispirata e portata verso questa scelta?
PG: «Sì, mi ricordo delle forti suggestioni cinematografiche di quando ero ancora molto giovane, e credo che questo sia vero per quasi tutti i registi di cinema. In particolare, nel mio caso, avrò avuto al massimo 10 anni quando mio padre mi portò a vedere Il dottor Zivago di David Lean. Mi ricordo che la scena di un attacco da parte dei Cosacchi mi colpì enormemente, perché ho sentito crescere in me tutta l’indignazione che può provare un bambino, ma al tempo stesso David Lean mi ha trasmesso anche una forte empatia umana e un’emozione che è penetrata profondamente  nella mia immaginazione. Sono convinto quindi che queste esperienze cinematografiche giovanili colpiscano e risveglino la fantasia dei futuri registi, che scatenino una fascinazione interiore che gioca un ruolo molto importante nella scelta successiva di fare cinema». 

BM: Ama lavorare sempre con gli stessi collaboratori?
PG: «Sì, anche in questo caso avevo il mio direttore della fotografia, il mio montatore e il mio primo aiuto regista che mi è stato davvero prezioso. È bello avere vicino persone che conoscono già il tuo stile, il tuo modo di lavorare».

BM: Lei è inglese, ha studiato a Cambridge. Come concilia la sua cultura europea con il suo lavoro nel cinema americano?
PG:
 «Ho portato con me moltissimo della mia cultura europea. Il cinema italiano mi ha molto influenzato. Avrò visto almeno 15 volte Il vangelo secondo Matteo di Pasolini, anzi pochi mesi fa l’ho fatto vedere ai miei figli adolescenti, rivedendolo insieme a loro. Mi hanno colpito anche Fellini, e naturalmente Ladri di biciclette, e poi ancora Pasolini, con Teorema. E anche la Nouvelle vague del cinema francese mi ha toccato, come tutti, penso. Ecco, senz’altro mi riconosco una sensibilità europea nel raccontare storie, un atteggiamento verso la narrazione sicuramente  diverso da quello americano».

BM: Lei si occupa di storie vere, ma è bravissimo nel dirigere gli attori. I giovanissimi pirati erano al loro esordio cinematografico, e Tom Hanks è un mostro sacro del cinema mondiale….
PG: «Volevo assolutamente che i pirati fossero interpretati da giovani somali, perché volevo che portassero una loro visione, una loro sensibilità che io non potevo avere. Ma in Somalia non esiste una comunità di attori da cui pescare, e quindi abbiamo dovuto fare tanti casting in tutto il mondo. E alla fine li abbiamo trovati a Minneapolis, fra i rifugiati somali, ed erano perfetti perché portavano con sé la loro conoscenza del loro Paese. Tom Hanks nel film è assolutamente fantastico nell’interpretare un uomo qualunque che affronta un pericolo immenso. Ero entusiasta di averlo come protagonista e la collaborazione con lui è stata straordinaria, ci siamo capiti subito».

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