Paul Thomas Anderson: «Vorrei dirigere un'orchestra»
whatsapp

Paul Thomas Anderson: «Vorrei dirigere un’orchestra»

In un gelido pomeriggio londinese abbiamo incontrato quello che secondo molti è oggi il più grande regista vivente in lingua inglese. Per parlare a ruota libera del suo ultimo straordinario film assieme a Daniel Day-Lewis, Il filo nascosto, della sua idiosincrasia per le serie Tv e di cosa significhi oggi girare pensando alle sale e ai grandi schermi

Paul Thomas Anderson: «Vorrei dirigere un’orchestra»

In un gelido pomeriggio londinese abbiamo incontrato quello che secondo molti è oggi il più grande regista vivente in lingua inglese. Per parlare a ruota libera del suo ultimo straordinario film assieme a Daniel Day-Lewis, Il filo nascosto, della sua idiosincrasia per le serie Tv e di cosa significhi oggi girare pensando alle sale e ai grandi schermi

Senza la barba, dentro una t-shirt blu troppo larga (ma del colore esatto dei suoi occhi), irrequieto e mai fermo, Paul Thomas Anderson sembra un bambino improvvisamente trovatosi a indossare i vestiti di un adulto. I capelli sempre più grigi, lo sguardo vispo quasi spiritato, il mezzo sorriso (complice? Sornione? Annoiato?) lo rendono inclassificabile e vagamente infantile, un aspetto che si addice all’ultimo grande genio del cinema americano, uno che in appena otto lungometraggi ha già tracciato una filmografia impressionante, in grado di rivaleggiare con autori che hanno fatto storia e libri di testo. Da Magnolia a The Master, da Boogie Nights a Il petroliere, fino al sottovalutato Vizio di forma, Anderson ha dimostrato di amare i generi ma senza mai metterci davvero piede, come se preferisse corteggiarli, ripensarli, deformarli. Con il suo ultimo film, Il filo nascosto, in sala dal 22 febbraio, torna a sviluppare, seppur in modo completamente diverso, una tematica già toccata in Ubriaco d’amore, quella cioè di una relazione sentimentale non convenzionale, in cui la reciproca dipendenza si sviluppa per strade ambigue e “dolorose”. Protagonista è Daniel Day-Lewis, come nel Petroliere, che ha addirittura annunciato che questo sarà il suo ultimo film. Qui è un grande sarto nella Londra di metà Novecento, abituato a confondere amore e ispirazione, compagne di letto e muse, e per questo destinato a cambiare periodicamente le sue partner, cui non si lega mai davvero. Almeno fino a che non incontrerà Alma, una giovane cameriera che dimostrerà di conoscerlo a un livello molto più profondo di quanto lui stesso potesse immaginare.

La nostra chiacchierata con Anderson avviene in un gelido pomeriggio all’Hotel Soho, nel cuore proprio di Londra, e dura (purtroppo) soltanto quindici minuti. Alcune domande restano così inevase (Perché la musica è una presenza così costante, invasiva, nel film? È il protagonista, la sua interiorità, quella che sentiamo sempre?), molte altre finiscono sul tavolo, tra il suo divano e la mia poltrona.

Sono molto felice di incontrarti perché credo che Il filo nascosto sia non solo un film bellissimo, ma forse il più importante dell’anno insieme a Dunkirk.
«Sono d’accordo con te per quello che riguarda Dunkirk! Come credi che andrà Il filo nascosto in Italia?»

È difficile da dire perché è difficile il film. Dunkirk in un certo senso era più facile, Il filo nascosto è pieno di dettagli che potrebbero sfuggire a un’audience meno preparata. Comunque spero ovviamente che vada bene! Come mai hai scelto di raccontare questa storia?
«Perché è una bella storia, e credo anche che sia una storia senza tempo, con un uomo e una donna che si innamorano, e le cui idiosincrasie creano una situazione stile Guerra dei Roses, un vero e proprio campo di battaglia. È ovviamente un’esagerazione del modo in cui funzionano la maggior parte delle relazioni, ma credo che molti spettatori possano comunque rivedersi in questi personaggi e nel loro rapporto. Ieri uscendo dal cinema ho incrociato un gruppo di donne che parlavano tra loro e si dicevano “Ehi, io sono come Cyril” (nel film, la sorella-assistente del protagonista, ndr), “Io invece sono Alma”: mi ha fatto molto divertire».

Questo film mi ha fatto pensare a Ubriaco d’amore, una storia d’amore con un pizzico di “violenza”: come mai ti piace raccontare questo genere di passioni?
«C’è un vecchio modo di dire che sostiene che le scene d’amore dovrebbero sembrare omicidi e gli omicidi scene d’amore: credo sia verissimo, è così che dovrebbero andare le cose, almeno al cinema. Amo la tensione associata all’innamoramento, e amo anche quando vedo una scena violenta girata in modo romantico e seduttivo: è un contrasto che funziona molto bene al cinema. Non sto dicendo che vivo l’amore così anche nella mia vita, ma sicuramente è perfetto per il cinema».

In questo film, però, hai girato una scena di sesso e seduzione come fosse una scena di sartoria…
«È un’altra regola del cinema: togli il sesso dalla tua scena di sesso e scopri cosa succede. È quello che ho fatto per quella sequenza, nella quale il personaggio di lui tratta lei come fosse una paziente e lui un dottore, una specie di Frankenstein». […]

L’intervista completa è pubblicata su Best Movie di febbraio, in edicola dal

© RIPRODUZIONE RISERVATA