Paul Verhoeven è passato da Roma per presentare alla stampa il suo ultimo film da regista, Elle, che arriva in sala in Italia il 23 marzo, distribuito dalla Lucky Red, dopo esser passato in concorso allo scorso Festival di Cannes e aver fatto parlare di sé anche oltreoceano. Un ritorno dietro la macchina da presa a dir poco folgorante per il cineasta olandese, capace di mettere a punto un progetto torbido e sensuale, conturbante e graffiante, che rilegge i fantasmi del femmineo, della sessualità e della violenza che da sempre si agitano all’interno del suo cinema in maniera acuta e affilata. Lavorando mirabilmente sull’ambiguità morale della vicenda e sulla strepitosa interpretazione di una magnifica Isabelle Huppert, capace di restituire appieno le sfaccettature e le controversie del suo personaggio, Michèle.
Verhoeven bolla l’esclusione del suo film dalla cinquina degli Oscar per il miglior film straniero come “un atto politico” (il film ha vinto il Golden Globe per la stessa categoria, premio vinto anche dalla Huppert come miglior attrice protagonista) e afferma di non aver voluto fare un film che fosse incasellabile in un genere, perché “è la vita stessa a non essere catalogabile con un solo genere”. In questa frase c’è un perfetto esempio della ferma lucidità con cui Verhoeven ha risposto, nel corso della nostra conversazione, ad ogni domanda che gli è stata posta.
Elle è perfino più audace di alcuni film che lei ha fatto nel corso della carriera, che pure non sono pochi. L’ha ritenuta un’opportunità per andare addirittura oltre i suoi standard?
All’inizio il film si doveva fare a Boston o Chicago, ma nessuno ha voluto farlo con un’ambientazione americana. Quando l’ho proposto a delle attrici statunitensi si è rivelato un copione problematico, ma non avevo mai pensato che lo fosse mentre lo scrivevo. Non avevo realizzato in che misura delle attrici americane potessero essere destabilizzate da un progetto del genere. Oggi però molte di loro sono rammaricate di non aver accettato il ruolo, dopo il successo che ha ottenuto. Mi rendo conto che il concept del film sia un bold statement, una dichiarazione d’intenti piuttosto coraggiosa, con uno stupratore e un rapporto sadomasochistico, ma non me ne importa nulla. Essere controverso non è qualcosa che cerchi di fare direttamente, uno status che insegui scientemente: è più il rifiuto di censurarti, è più come dire “vaffanculo, io voglio girare così e non mi interessano le reazioni del pubblico”. Come artista – ammesso che sia il caso di usare questa parola nel mio caso – penso che le cose debbano essere fatte così. Non potrei mai e poi mai farle in un altro modo.
Nel suo penultimo film, Tricked, un piccolo lavoro girato in Olanda, sembrava di assistere a una forma perversa di soap opera, nella quale ci si divertiva a squadernare il genere. Si respira, in forma molto più ambiziosa, la stessa aria anche in Elle…
Non guardo molta soap opera, ma so cos’è, ovviamente. In Starship Troopers avevo seguito la soap opera per il casting degli attori, in quel caso questa scelta aveva un senso molto preciso. Non ho pensato alla soap in questo caso, sfogliando il romanzo, che però io non ho letto in chiave di soap opera. Mi è sembrato troppo strano, per essere una soap. Non parlo dello stupro, ma della relazione di Michèle col padre, la madre, il figlio: tutti elementi che una soap non avrebbe permesso. La soap tende a far identificare lo spettatore col personaggio, mentre in questo caso non puoi identificarti in nessuna occasione col ruolo di Isabelle, non c’è alcuno spiraglio. Si tratta di qualcosa di più straniante, più vicino a Bertold Brecht, senz’alcun elemento simpatetico.
Oltre al rapporto sadomasochistico, c’è un altro twist più sottile ma molto interessante in Elle che riguarda la protagonista nel finale del film, dove subentra la compassione verso il suo ex marito, per esempio, e verso il figlio, al quale in precedenza non ne aveva mai elargita. Come si concilia questo aspetto col suo interesse, piuttosto risaputo, per la religione? C’è una connessione?
Da un punto di vista umanistico senz’altro. Con lo sceneggiatore siamo poi approdati, nel finale, a un certo senso di redenzione o di liberazione, a seconda di come si preferisce definirla. Un sentimento di speranza, che viene dopo delle tonalità abbastanza negative: le due donne si dimenticano di ciò che di brutto era accaduto prima e vanno avanti, nonostante tutto. Ho avvertito la necessità di avere una distensione, ma un happy ending sarebbe stato decisamente eccessivo. Ci voleva però un approccio più soffice e confortevole all’umanità del film, avevo quest’idea precisa in testa. Il finale non a caso approda a una battuta anch’essa dal sapore liberatorio: l’ultima parola pronunciata da Isabelle, nonché l’ultima parola del film in assoluto, è “Oh…” di, che poi è anche il titolo del romanzo di Philippe Dijan da cui ho tratto il film. Una chiosa malinconica ma anche ottimistica, a mio modo di vedere.
Non si è mai riso moltissimo nel suo cinema. Elle, pur non essendo una commedia, è uno dei suoi film in cui si ride di più. Ridiamo perché troviamo il punto di vista cinico della protagonista sulle cose tremendamente veritiero.
Leggendo il libro sorridi allo stesso modo, anche senza ridere in maniera sguaiata. Molto, oltre ad essere nel libro, è nato direttamente sul set, dalle interazioni tra gli attori e dal loro talento. Ed è stato sempre sul set che ci siamo resi conto del potenziale umoristico di alcune scene e di certe battute. L’unico contesto in cui abbiamo spinto le cose un po’ più in là in fase di scrittura, esagerando la situazione e calcando la mano rispetto al romanzo, è quando nasce il bambino nero. In questo senso le riprese del film sono state molto creative, spostando la macchina da presa di volta in volta senza seguire in maniera standardizzata i miei storyboard.
Lei ha dichiarato di non aver affrontato con la Huppert tematiche di tipo freudiano né psicologico, che nel suo film agiscono però sottotraccia. Trova che oggi il cinema che rinuncia a fare degli psicologismi sia più provocatorio e si sovversivo di quello che le espone in maniera prevedibile, servendole allo spettatore su un piatto d’argento?
Il cinema è provocatorio nella misura in cui invita lo spettatore a ragionare col proprio cervello. Senza connettere le scene attraverso dei cliché, aggiungendo una sequenza all’altra per sviluppare in maniera didascalica ciò che hai appena detto il momento precedente. Trovo che l’immaginazione del pubblico sia maggiormente stimolata nel momento in cui sia lui a ricostruire B quando si passa da A a C, o quando è lui a immaginare cosa ne sarà di Michèle dopo la fine del film, senza un meccanismo di azione e reazione che spieghi tutto. Lasciare le cose aperte è il senso dell’arte.
Come si è ritrovato a lavorare con Isabelle Huppert?
Isabelle era già interessata al progetto prima che ci entrassi io, aveva contattato Philippe, l’autore del romanzo, e voleva farlo. Io vivo a Los Angeles e lavoro lì, il produttore Saïd Ben Saïd ha lavorato in film di lingua inglese al fianco di Polanski, Cronenberg, De Palma, per cui ha proposto a me di farlo negli Usa e abbiamo contatto uno sceneggiatore, David Birke, per scrivere una sceneggiatura in lingua anglofona. Sottoponendola per due o tre mesi ad agenti e attrici non siamo riusciti però a mettere insieme i finanziamenti sufficienti e nessun’attrice voleva farlo, ritenendolo troppo problematico come ruolo. Su consiglio del mio produttore siamo allora ritornati in Francia, a Parigi, da Isabelle, mettendo da parte l’orgoglio molto umilmente. Lei ha immediatamente detto di sì, non ci ha pensato un attimo. Isabelle non ha avuto da ridire su nulla essendo una persona straordinariamente audace, che crede fermamente nel ruolo che sta interpretando e non si ferma davanti a nulla. Non cerca mai e poi di attirarsi la simpatia del pubblico. E, dopotutto, sono anch’io così.
Come ha usato la musica nel suo film? C’è qualche canzone italiana che le piace in particolare?
In Elle ho usato Lust for Life di Iggy Pop, per la scena della festa finale, e Do the Strand di Bryan Ferry. In origine c’era anche una scena con un canzone di David Bowie, ma poi la scena è stata tagliata ed è venuta meno anche la musica. La musica di un film viene da diverse sorgenti, sia in Elle che in Black Book ho lavorato con Anne Dudley, una compositrice britannica. Ho lavorato in passato con Jerry Goldsmith e Basil Poledouris, ma quello che faccio sempre è ascoltare musica classica del ventesimo secolo e dare dei cd musicali ai miei compositori per informarli sul tono generale che voglio dare al film, a mo’ di indicazioni. Non si può usare sempre Stravinskij, anche se qualcuno l’ha fatto e anche benissimo. Mi piacciono moltissimo, per arrivare alla musica di oggi e andare oltre ai Rolling Stones, gli Arcade Fire. Avevo proposto loro di fare una canzone per la scena del party dove ho poi usato Iggy Pop ma hanno rifiutato. Riproverò la prossima volta con loro!
Hollywood è ossessionata dalla suddivisione in generi, dal rating dei film e dai divieti. Cosa pensa a riguardo e che in termini ritiene che ciò influenzi l’entertainment contemporaneo?
Abbiamo girato il film come abbiamo voluto, non ci siamo preoccupati di nulla, e abbiamo avuto la versione unrated negli Stati Uniti, ovviamente. Quando sono arrivato negli Stati Uniti nel 1985 c’era già il rating, a nessuno negli studios importava delle cose davvero audaci, stimolanti, provocatorie. La sessualità, il nudo e gli aspetti controversi erano brutalmente eliminati perché volevano che tutti fossero felici, che tutti potessero vedere il film, per non perdere soldi. Il risultato, anche oggi, sono dei film noiosissimi, privi di audacia, mai oltraggiosi, dove non si va mai oltre la norma. In Europa per fortuna non è così e ho avuto modo di notarlo, a nessuno frega nulla del rating ma importa a tutti di fare il film più interessante possibile. Non proprio lo stesso obiettivo di Batman v. Superman, diciamo…
Che cinema dobbiamo aspettarci sotto Trump?
Probabilmente film sull’Iraq o la Corea del Nord vista come una minaccia. Spero che possano essere film che criticano quello che sta succedendo laggiù, anche se in questi casi, a Hollywood, la guerra è il più delle volte esaltata. Mi auguro però che Hollywood continui ad essere critica verso l’amministrazione Trump come peraltro già sta facendo, e mi auguro di poter partecipare a questo movimento io stesso. Il successo di La La Land, un film ottimista sui vecchi tempi andati dove tutto era più semplice, tradisce la voglia di evasione da un momento politico e storico così difficile.
Ci sono ancora le donne, al centro dei suoi progetti futuri? Ci sarebbero poi i suoi lavori non ancora realizzati su Gesù e su Hitler…
Sì. Il mio prossimo film sarà su due donne, due suore, e sarà ambientato in Toscana nel Medioevo. Per l’esattezza in un monastero a Pescia, vicino Firenze, dove succede qualcosa di incredibile. Si tratta di un progetto basato su un libro di non fiction, uno studio accademico dal titolo Immodest Acts: The Life of a Lesbian Nun in Renaissance Italy (Studies in the History of Sexuality). Il mio film su Gesù è basato invece, in maniera pseudo-accademica, sul Vangelo secondo Marco. Non c’è però nessun progetto su Hitler, che in realtà è basato su un libro del 1928 scritto da un amico di Bertold Brecht e ambientato nel 1923, anno del fallito colpo di stato di Hitler. Il dittatore tedesco è uno dei personaggi, ma la protagonista è, manco a dirlo, ancora una volta una donna…
Gli americani fanno continuamente remake dei suoi film. Cosa dovremmo pensare se facessero in futuro un remake di Elle, tornando suoi loro passi?
Di sicuro non nei prossimi quattro anni! E mi auguro nemmeno nei prossimi otto. Sarebbero davvero troppi, otto anni!
Foto HP: Getty Images
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