Penny Dreadful resta una delle serie fantasy horror più affascinanti e sottovalutate degli anni 2010. Creata da John Logan e trasmessa da Showtime, la serie ha costruito nel corso di tre stagioni un universo gotico elegante, inquieto e profondamente malinconico, ambientato in una Londra vittoriana popolata da creature mostruose, segreti indicibili e figure iconiche della letteratura dell’orrore.
Eppure, per quanto la serie sia ancora ricordata con grande affetto da chi l’ha amata, il suo finale continua a rappresentare una ferita aperta. Il 19 giugno 2016, Penny Dreadful si è conclusa con un episodio che molti spettatori non sapevano nemmeno sarebbe stato l’ultimo. Nessun lungo percorso verso il congedo, nessuna preparazione emotiva chiara, nessuna vera sensazione di chiusura definitiva: solo un finale improvviso, tragico e per molti versi frustrante, arrivato come un colpo di scena più che come il compimento naturale di una storia.
La forza di Penny Dreadful stava prima di tutto nella sua capacità di fondere personaggi e immaginari diversi in un racconto coerente. La serie attingeva a piene mani dalla letteratura gotica e fantastica dell’Ottocento, portando sullo schermo figure legate a opere come Dracula di Bram Stoker, Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson e Frankenstein di Mary Shelley.
Il rischio, con una premessa simile, era quello di trasformare lo show in un semplice catalogo di citazioni. Penny Dreadful, invece, riusciva spesso a fare qualcosa di più interessante: non si limitava a usare quei personaggi come icone riconoscibili, ma li piegava a un discorso più intimo, doloroso e personale. I mostri non erano soltanto minacce esterne, ma riflessi delle paure, dei desideri e dei traumi dei protagonisti.
Al centro della storia c’erano Ethan Chandler, interpretato da Josh Hartnett, un americano dal passato oscuro arrivato a Londra; Sir Malcolm Murray, volto di Timothy Dalton, esploratore segnato dalla perdita e dal senso di colpa; e soprattutto Vanessa Ives, interpretata da una straordinaria Eva Green. Proprio Vanessa era il cuore pulsante della serie: una donna attraversata da forze oscure, visioni, tentazioni e un dolore profondo, ma anche uno dei personaggi femminili più magnetici della televisione di quegli anni.
Gran parte della potenza emotiva di Penny Dreadful passava dall’interpretazione di Eva Green, capace di trasformare Vanessa Ives in una figura tragica, feroce e fragilissima allo stesso tempo. Vanessa non era semplicemente una donna maledetta o una vittima del soprannaturale: era una protagonista complessa, divisa tra fede e desiderio, senso di colpa e sete di libertà, paura della dannazione e bisogno disperato di essere amata.
La serie le costruiva intorno alcune delle sue sequenze più intense, alternando horror fisico, possessioni, momenti di puro terrore e passaggi quasi teatrali, in cui il conflitto interiore del personaggio diventava il vero motore narrativo. Anche per questo il destino finale di Vanessa ha colpito così duramente il pubblico: non riguardava soltanto la chiusura di un arco narrativo, ma la fine del personaggio che più di tutti aveva dato identità, profondità e anima allo show.
Senza entrare troppo nei dettagli per chi non avesse ancora recuperato la serie, la terza stagione porta Vanessa verso il compimento di un destino tragico, legato a una minaccia apocalittica e alla possibilità che la sua stessa esistenza diventi il tramite per la fine del mondo. La scelta finale, dolorosa e irreversibile, avrebbe potuto funzionare all’interno di un racconto gotico, perché Penny Dreadful si è sempre nutrita di morte, sacrificio, desiderio e dannazione. Il problema non è tanto la tragedia in sé, quanto il modo in cui viene gestita.
Il finale di Penny Dreadful non è stato divisivo solo perché triste. Molte grandi serie hanno costruito la propria grandezza anche su epiloghi devastanti, capaci di lasciare lo spettatore con un senso di perdita. Il punto è che, in questo caso, la conclusione è sembrata troppo rapida, quasi compressa, come se la serie avesse improvvisamente deciso di chiudere una storia che dava ancora l’impressione di avere molto da raccontare.
La morte di un personaggio centrale arriva con una forza drammatica enorme, ma anche con una rapidità che rende difficile elaborarne davvero il peso. Subito dopo, la serie si congeda lasciando aperte molte questioni, senza dare a diversi personaggi lo spazio necessario per completare il proprio percorso. Invece di sembrare il finale naturale di un grande affresco gotico, l’epilogo ha dato a molti fan la sensazione di una storia interrotta.
È proprio qui che nasce il senso di ingiustizia. Penny Dreadful non era una serie ormai esaurita, né un racconto arrivato chiaramente alla fine delle proprie possibilità. Al contrario, il suo universo sembrava ancora ricchissimo: c’erano personaggi da approfondire, rapporti da risolvere, minacce da sviluppare e un mondo narrativo che poteva espandersi ancora. La scelta di chiudere tutto in quel modo, senza un annuncio chiaro e senza un’adeguata preparazione, ha reso il finale ancora più amaro.
La storia della televisione è piena di serie concluse prima del tempo o costrette a comprimere archi narrativi pensati per durare molto di più. Basti pensare a Carnivàle, un altro cult HBO amatissimo e sottovalutato, che avrebbe dovuto svilupparsi su più stagioni ma si è fermato dopo appena due, lasciando allo spettatore la sensazione di aver intravisto solo una parte di un progetto molto più grande.
Nel caso di Penny Dreadful, però, la frustrazione è diversa. La serie non è stata semplicemente cancellata lasciando un cliffhanger evidente: il finale è stato presentato come una conclusione vera e propria. Eppure, a livello emotivo e narrativo, non sembrava davvero tale. Mancava quella sensazione di compimento che permette anche ai finali più dolorosi di essere accettati. Mancava il tempo per salutare i personaggi. Mancava soprattutto la percezione che ogni linea narrativa avesse trovato il proprio posto.
Anche serie come Twin Peaks hanno avuto finali improvvisi, enigmatici o frustranti, ma in quel caso la storia ha avuto molti anni dopo la possibilità di riaprirsi e trovare una nuova forma. Penny Dreadful, invece, non ha mai ricevuto una vera prosecuzione capace di sanare quella frattura. Lo spin-off Penny Dreadful: City of Angels, pur legato al marchio, era ambientato in un contesto diverso e non ha rappresentato una continuazione diretta della storia originale.
A rendere ancora più doloroso il finale è il fatto che Penny Dreadful fosse una serie rara nel panorama televisivo del suo periodo. Non cercava soltanto lo shock o l’accumulo di creature mostruose, ma costruiva un racconto profondamente letterario, sensuale e tragico. Il suo orrore era spesso interiore prima ancora che soprannaturale. Le sue creature non erano semplici antagonisti, ma esseri spezzati, condannati alla solitudine, alla colpa o al desiderio impossibile di essere accettati.
In questo senso, il titolo stesso della serie era programmatico. I penny dreadful erano pubblicazioni popolari a basso costo dell’epoca vittoriana, piene di crimini, mostri e sensazionalismo. Lo show prendeva quell’immaginario e lo trasformava in qualcosa di più raffinato, usando la cultura popolare del gotico per parlare di fede, repressione, sessualità, trauma e identità.
Proprio per questo la chiusura brusca ha lasciato un retrogusto così amaro. Penny Dreadful aveva costruito un mondo in cui ogni personaggio sembrava portare con sé una ferita, una maledizione o una domanda irrisolta. Il finale, però, non ha dato a tutti la possibilità di arrivare davvero a una risposta. Ha scelto la tragedia, ma senza concedere al racconto il respiro necessario perché quella tragedia diventasse pienamente catartica.
Nonostante tutto, il modo in cui Penny Dreadful è finita non cancella ciò che la serie è riuscita a essere. Anzi, forse rende ancora più evidente quanto fosse speciale. A dieci anni dalla sua conclusione, resta uno degli esperimenti più affascinanti della televisione fantasy horror: una serie capace di prendere personaggi letterari consumati dall’immaginario popolare e restituire loro dolore, sensualità, inquietudine e grandezza tragica.
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