Perché questo “nuovo” genere di film ci sta piacendo così tanto?
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Perché questo “nuovo” genere di film ci sta piacendo così tanto?

Dai trionfi agli Oscar ai titoli più recenti, sale e streaming sono invase da un trend travolgente e nerissimo. Cosa nasconde il successo di questo nuovo filone cinematografico?

Perché questo “nuovo” genere di film ci sta piacendo così tanto?

Dai trionfi agli Oscar ai titoli più recenti, sale e streaming sono invase da un trend travolgente e nerissimo. Cosa nasconde il successo di questo nuovo filone cinematografico?

immagine dal film sacrifice

C’è un genere di film che negli ultimi anni sta riscuotendo un successo travolgente e un interesse sempre più forte da parte del pubblico e della critica. Un filone che continua a sfornare titoli su titoli per le sale e per le piattaforme di streaming, finendo regolarmente al centro del dibattito: quello dei film “contro i ricchi”. Non si tratta ovviamente di una novità assoluta: il cinema ha sempre amato raccontare e ridicolizzare le disuguaglianze sociali. Basti pensare a un classico come Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller, dove il naufragio capovolgeva i rapporti di forza tra borghesia e proletariato, o alla satira feroce di Luis Buñuel ne Il fascino discreto della borghesia.

Ma se un tempo queste storie restavano spesso legate al cinema d’autore o alla commedia di costume, ultimamente la tendenza è esplosa trasformandosi in un vero e proprio fenomeno pop di massa. La rivalsa contro il privilegio si è tinta di thriller, horror e splatter, dando vita a un genere codificato e ad altissimo tasso di gradimento.

Da Parasite a Sacrifice: i film “contro i ricchi”

A tracciare la rotta del fenomeno moderno è stato senza dubbio Parasite di Bong Joon-ho. Con la sua Palma d’Oro e il trionfo agli Oscar, il film sudcoreano ha dimostrato come la verticalità delle classi sociali — raccontata attraverso l’architettura di una villa di design contrapposta a un seminterrato — potesse trasformarsi in un thriller mozzafiato capace di parlare a qualsiasi latitudine. Da quel momento, le dighe si sono aperte. Ruben Östlund con Triangle of Sadness ha portato alle estreme conseguenze l’eredità di Lina Wertmüller, affondando uno yacht da svariati milioni di dollari e mostrando influencer e oligarchi alle prese con la sopravvivenza primaria. Con The Menu, la cucina stellata si è trasformata nel teatro di un’esecuzione di massa orchestrata da uno chef disilluso contro clienti interessati solo allo status. Parallelamente, Rian Johnson ha trasformato il whodunit tradizionale nei capitoli di Knives Out e Glass Onion, mettendo a nudo l’ipocrisia, la vacuità e il vuoto morale dei miliardari della tecnologia.

I titoli più recenti hanno alzato ulteriormente l’asticella, spingendo la narrazione verso toni ancora più estremi e grotteschi. In Ti uccideranno di Kirill Sokolov, una donna entra come domestica in un lussuoso palazzo newyorchese scoprendo che la comunità di super-ricchi che vi abita nasconde una setta dedita a sacrifici umani pur di preservare giovinezza e potere. La metafora del ricco come “parassita” non è più soltanto economica, ma diventa fisicamente e visceralmente letterale. Finché morte non ci separi ha mostrato come la tradizione familiare dell’1% possa trasformarsi letteralmente in un gioco di sopravvivenza mortale, mettendo una sposa in abito bianco a combattere contro una dinastia di ricchi snob disposti a tutto pur di mantenere il proprio patto col diavolo. Saltburn di Emerald Fennell ha portato alle estreme conseguenze il parassitismo e il voyeurismo di classe, sviscerando l’ossessione per l’aristocrazia e trasformando una dimora da sogno nel palcoscenico di una scalata sociale spietata e disturbante.

A coronare questa scia sta per arrivare Sacrifice di Romain Gavras (in uscita nelle sale italiane l’11 agosto). Qui una galassia di star — che comprende Anya Taylor-Joy, Chris Evans e Vincent Cassel — dà vita alla storia di un gruppo di attivisti ecologisti radicali che fa irruzione a un gala di beneficenza, prendendo in ostaggio una celebrità in declino e l’uomo più ricco del mondo. La satira si fa qui esplosiva, mettendo in cortocircuito la beneficenza di facciata delle élite con la disperazione di chi vede il pianeta bruciare.

Cosa ci piace davvero dei film in cui i ricchi soffrono?

Per comprendere le ragioni profonde di questo successo straordinario, bisogna guardare fuori dalla sala. Viviamo in un’epoca segnata da disuguaglianze economiche sempre più marcate, dall’inflazione galoppante e dalla sensazione diffusa che la mobilità sociale sia un ricordo del passato. In questo contesto, il mito del “self-made man” che ha dominato gli anni ’80 e ’90 ha perso gran parte del suo fascino, lasciando spazio alla consapevolezza che le grandi ricchezze siano spesso il risultato di dinamiche predatorie. 

I film “Eat the Rich” funzionano prima di tutto come una potente valvola di sfogo emotivo. Entrare in sala ed essere testimoni della disfatta di chi possiede tutto offre una forma di catarsi immediata, una sorta di giustizia poetica a buon mercato. Guardare l’1% del pianeta perdere il controllo, fare i conti con la propria debolezza o finire braccato trasforma la frustrazione quotidiana dello spettatore in puro divertimento esecutivo. C’è poi un doppiopetto narrativo irresistibile che questi film sanno sfruttare alla perfezione: il voyeurismo combinato con la punizione. Questi titoli spesso ci invitano a fare un tour da sogno all’interno di ville mozzafiato, resort da favola, yacht da capogiro e cene con portate microscopiche da centinaia di euro. Appaga il nostro desiderio di sbirciare nel lusso sfrenato, per poi fare a pezzi quegli stessi ambienti dorati a colpi di farsa, sangue o catastrofi.

Vedere l’opulenza ridotta in cenere ci rassicura su un punto fondamentale: la ricchezza non compra la dignità, né tantomeno la salvezza. Ed è proprio questa certezza, impacchettata dentro un ritmo cinematografico travolgente e visivamente appagante, a rendere questo nuovo genere una macchina da incassi così allettante per il mondo di oggi.

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