C’erano due grossi rischi in gioco con il finale di Dexter. Il primo era che la serie chiudesse con il più classico dei lieto fine: Dexter in Argentina, Saxon morto, una nuova vita pronta per il serial killer di serial killer. Sarebbe stata la conclusione della metamorfosi cominciata nella prima stagione ed esplosa con l’arrivo di Hannah McKay, e sarebbe stata una mossa furba e un po’ patetica. Per quanto adorabile sia Hannah e per quanto senso potesse avere regalare un po’ di gioia a Dexter, la scelta sarebbe stata quella più facile per gli spettatori. Dexter non è mai stata una serie di scelte facili, né di happy ending. Dexter è un killer sociopatico, e questo rimane al termine del suo percorso.

È un bene, anche, che si sia scelto di non uccidere Dexter: trasformarlo, in definitiva, in vittima di se stesso e delle sue azioni avrebbe forse avuto un sapore catartico, ma sarebbe sembrata una scorciatoia, un modo per far morire a Dex una morte da eroe che si sacrifica per il bene di tutti. Vederlo fare il boscaiolo, privo di ogni traccia di umanità, con lo sguardo di chi rifugge ogni contatto umano, privato persino del suo istinto più primordiale (i produttori hanno messo in chiaro che Dexter ha smesso di uccidere), è la degna conclusione di un arco narrativo lungo otto stagioni, checché ne dicano i fautori del lieto fine (o del finale drammatico) a tutti i costi.

Perché no: la speranza

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