Se fossimo in una classe non mancherebbe nessuno all’appello. Quasi non bastano le sedie sul palco allestito nella sala del Cinema Adriano in Roma per ospitare la conferenza stampa di Un fantastico via vai, il nuovo film di Leonardo Pieraccioni.

Tutti presenti: Giorgio Panariello, Paolo Genovese, Serena Autieri, Maurizio Battista, Marco Marzocca, Marianna di Martino, Chiara Mastalli, Giuseppe Maggio, David Sef, Alice Bellagamba, Massimo Ceccherini e Belfagor (il chihuahua fedele amico di Giorgio Panariello sul set). Tra frecciatine più o meno velate al sindaco di Firenze Matteo Renzi, risate e siparietti comici improvvisati, Pieraccioni ha raccontato dell’incontro con il regista e co-sceneggiatore del film Paolo Genovese, e di come sia nata quasi spontaneamente la collaborazione fra i due. Ci ha svelato anche il vero motivo per cui ha deciso di realizzare un film del genere, ovvero quello di raccontare «quella luce negli occhi che sia ha solo dai 20 ai 25 anni».

Un fantastico via vai è infatti la storia di quattro giovani studenti universitari tra gravidanze inattese, amori multietnici e complicati rapporti genitori/figli. Il tutto è ambientato ad Arezzo dove Arnaldo (Pieraccioni) ha un lavoro stabile (in banca) una bella moglie (Autieri) e due figlie (gemelle). Una vita perfetta che in parte si sfalda quando la consorte lo caccia di casa accusandolo di misfatti non compiuti. Arnaldo si ritrova così a condividere l’appartamento con i quattro studenti. Se in un primo momento incasinerà le loro vite, successivamente si trasformerà in una sorta di piccolo aiutante di babbo natale, capace di portare serenità anche nelle situazioni più complesse.

Come è nata l’idea di realizzare un film come Un fantastico via vai?
Leonardo Pieraccioni: «Da tanti incontri che ho fatto nelle Università dove mi diverto da morire a parlare dal mio lavoro. Mi piace la luce negli occhi che si ha solamente dai 20 ai 25 anni! Quello che ho cercato di mettere in scena non è la sindrome di Peter Pan del trentenne né quella del bischero di cinquant’anni che si compra l’auto sportiva e si fa l’amante di vent’anni. Quando ho incontrato quasi per caso Paolo Genovese mi ha parlato di questa idea, di un signore di mezza età cacciato ingiustamente via dalla moglie di casa che va a vivere con degli studenti. Ho colto subito l’occasione e ci siamo messi all’opera. Per il protagonista questo è un momento di ritorno indietro nel tempo, non la soluzione ai suoi problemi, perché la sua vita, nonostante tutto non è poi così malvagia, con un lavoro in banca, una bella moglie e due figli».

Dal film si nota una virata verso la commedia italiana classica. Quanto ha inciso l’intervento di Genovese in questa svolta nella sua cinematografia?
LP: «Conta perché il mio metodo di scrittura è totalmente diverso dal suo. Paolo imbriglia subito la storia, noi, magari per l’aria toscana, scriviamo e poi troviamo una strada ai personaggi. Lui fa il contrario. Ha un rigore esemplare nel redigere una sceneggiatura, mentre per me è sempre stato un momento di “naiffesimo”».

Nel film è chiara la citazione a I laureati. È dovuta un po’ a una nostalgia verso il passato?
LP: «La corsa di Arnaldo per evitare di pagare il conto del ristorante rappresenta in sintesi tutto il film. Ne I laureati avevo trent’anni, adesso l’età per fare quelle corse li non c’è più. La dove si faceva una cosa ben fatta da giovani ora si fa una brutta figura, non si può scappare, ma il tentativo suo di farlo è sintomatico e funzionale alla narrazione».

Sarebbe bello che un problema grande come il razzismo si potesse risolvere con un bel discorso…
Giorgio Panariello: «Bastasse il cinema a risolvere certi problemi sarebbe facile! Il mio personaggio è fondamentalmente molto razzista nei confronti delle persone di colore e si ritrova per genero uno di loro. Per assurdo questo personaggio odia i neri e ama gli animali. Ci sono di persone con questi controsensi. Il cinema ci permette di fare personaggi che nella vita non faresti mai. Ruoli che sono il contrario di quello che sei nella vita».

Come sono cambiati gli universitari dai tempi de I laureati a oggi?
LP: «Sono sempre gli stessi, non sono cambiati, non li hanno cambiati i social network. Dai 20 ai 25 anni c’è questo tsunami d’emozione talmente forte che è fantastico! Emozioni fortissime che ho vissuto anche io, ed è bello rivederlo negli sguardi dei personaggi di questi giovani di talento».

Checco Zalone ha riportato persone al cinema, sono film che aiutano in questo periodo?
LP: «Da sempre c’è voglia di ridere! E Checco Zalone è efficace! Io lo volevo in un mio film, a poi Medusa lo ha chiamato per realizzare il suo. Ho visto Sole a catinelle e credo che sia un film che sa far ridere. Mi piacerebbe tantissimo poter lavorare con lui».

Temi qualcuno nello scontro al botteghino?
LP: «Lo Hobbit! Che poi non s’è capito perché si chiama così! Piace sia ai bambini sia ai grandi perché è… brutto! Allora abbiamo pensato che se piace uno che fa paura, chiamiamo Ceccherini e chiamiamo il film Lo Ceccherini. È lui la nostra risposta al kolossal americano».

Appena entrato Ceccherini ha detto che voleva raccontarci qualcosa su Renzi…
LP: «Ceccherini si agita su queste questioni, meglio se non interviene a riguardo! Io sono preoccupato, se Renzi comincia a fare questo mestiere non ce n’è più per nessuno! È meglio se rimane sindaco di Firenze o diventa Presidente del Consiglio. È un ragazzo che le sa far fare tutte. Tra me e Renzi chi è più bravo a far ridere? Renzi! Si potrebbe fare una coppia ma io sarei sempre la spalla».

Nel film utilizza vari dialetti, nominando quasi tutta Italia. Perché ha fatto questa scelta?
LP: «Mi è sempre piaciuto fin da I laureati non fare un film toscano per la Toscana, ecco perché ho sempre inserito componenti dialettiche multiple, e sono tutti dialetti che mi fanno morire dal ridere! Volevo utilizzare loro come attori, non c’è tanto nord, e mi piaceva anche per questo. L’Italia ha le parlate migliori da poter applicare alla comicità». 

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