Se ti chiami Pierfrancesco Favino e hai dimostrato di essere l’attore più forte della tua generazione, puoi permetterti di inseguire il cinema che ti piace. Di partecipare a grandi produzioni internazionali (Rush, World War Z) come prestare la faccia – e il corpo – all’opera prima di un amico: Senza nessuna pietà di Michele Alhaique, presentata nella sezione Orizzonti a Venezia. Non solo, di metterci anche dei soldi «per imparare cosa vuol dire produrre un film e quali sono le difficoltà». E la cosa ancor più bella è che puoi farlo senza alcuna presunzione, anzi, con la serietà e la generosità che si addicono a un professionista che continua ad amare profondamente il suo mestiere. «In un momento molto particolare come questo credo sia giusto dare voce a nuovi talenti». D’altro canto, il giovane Alhaique gli ha fornito un personaggio affascinante, una sfida anche fisica che l’ha portato a ingrassare di parecchi chili. Perché Mimmo di giorno è un muratore e di notte riscuote crediti per conto dello zio malavitoso che lo ha cresciuto. La sua vita non conosce diversivi né altre aspirazioni, almeno fino a quando non irrompe una giovane escort, Tania (Greta Scarano), che sovverte le regole e lo sveglia dal torpore di un’esistenza immobile.

Best Movie: Parli di lui come di un supereroe che non ha ancora scoperto i suoi poteri. Mimmo è un novello Superman?
Pierfrancesco Favino: «Non penso a uno in particolare, ma alla figura dell’eroe in generale. Mimmo è forte e viene usato per quello che è il suo talento più immediato e innato, cioè spaventare tutti coloro che non stanno alle regole del clan familiare a cui lui appartiene. Dentro però – e questo lui non lo sa – ha una sensibilità inaspettata. Se vuoi, è anche una metafora dell’adolescenza: Mimmo è un uomo in trasformazione».

BM: Tania è la miccia che innesca la sua ribellione?
PF: «Il bello è che lui non sa di volersi ribellare. Non è una cosa che cerca. Spesso è l’incontro, anzi lo scontro con qualcuno a scoperchiare livelli di comprensione ed emotività che uno non sapeva neanche di avere».

BM: Lui è cresciuto in un clan familiare che ricorda molto quelli mafiosi. C’è l’idea di un destino a cui è “condannato”.
PF:
«Destino è una parola che mi piace molto, anche se più semplicemente quella è l’unica realtà che lui abbia mai conosciuto. Come del resto capita a tutti: ognuno di noi cresce in una famiglia che rispetta una serie di regole. Lui lavora – e vive – per un’impresa di costruzioni, dietro a cui c’è anche un giro di denaro prestato e riscosso a volte in maniera non lecita. Ma non è propriamente un’organizzazione criminale. È molto più vicina alla nostra realtà. Tutti – senza saperlo – ogni tanto siamo conniventi con dei sistemi che non sono legali. E, allargando la prospettiva: quanti di noi scelgono di non aderire alla legge del più forte nelle situazioni quotidiane?».

BM: Michele Alhaique ha dichiarato che tu eri l’unico Mimmo possibile. In che senso?
PF: «Questo lo devi chiedere a lui. Sinceramente non voglio essere consapevole dei motivi per cui vengo scelto per determinati ruoli, perché mi toglierei un po’ di spontaneità».

BM: Ti ha cucito addosso Mimmo e anche i suoi 100 chili…
PF:
«Faccio sempre un po’ di lavoro fisico per calarmi in un personaggio. In questo caso – volendo avere un’immagine diversa e aderire all’idea della scrittura – è stato più faticoso. Mangiare cinque volte al giorno, per quattro mesi, tre etti di pasta ed enormi quantità di proteine a ogni pasto non è facilissimo. Ovviamente sono stato aiutato da un alimentarista per tutta la durata della dieta. È stato comunque necessario per capire il modo in cui Mimmo osserva il mondo e come la sua massa susciti una reazione negli altri».

BM: Anche nelle tue figlie?
PF:
(ride) «Be’, una era troppo piccola, l’altra mi chiamava “ciccio”. Più che altro avevano il problema che ogni tanto il papà si doveva allontanare per andarsi a cucinare l’ennesimo pasto della giornata».

BM: Questo è anche un film che supera i canoni di bellezza a cui siamo abituati.
PF:
«Altro aspetto estremamente interessante. Spesso, per come la intendiamo noi, è un limite della nostra società. E invece io ho sempre pensato che la bellezza sta nella verità di quello che una persona – come un attore – riesce ad esprimere. La prima volta che ho avuto questa sensazione è stato di fronte a Emily Watson ne Le onde del destino. Ci sono poche cose che fanno risplendere una persona come l’intensità di quello che prova. In questo senso ci sono dei momenti all’interno del film in cui Mimmo e Tania sono proprio belli».

BM: Sanno guardare oltre le apparenze. Oltre i 100 chili…
PF:
«Questo è quello che ci diremmo noi. Loro non hanno il tempo di dirselo. E forse si va in quella direzione proprio perché Mimmo è di 100 chili…».

BM: Sei stato tu a proporti anche come produttore del film?
PF: «Sì, è successo tutto in maniera molto naturale, grazie all’intuizione della mia agente. Avendo a disposizione un personaggio così bello – e per questo devo ringraziare Michele – abbiamo subito creduto nel progetto e piuttosto che aspettare che si creassero tutte le condizioni perché Senza nessuna pietà si facesse, mi è sembrato giusto partecipare. Però, a onor del vero, io sono arrivato dopo Alessandra Rossi e Maurizio Piazza, che è stato il primo a investire. Per quanto possibile mi piacerebbe continuare a farlo. Prima vediamo come va a finire questa esperienza…».

BM: La selezione nella sezione Orizzonti a Venezia è già un traguardo importante.
PF: «È un regalo enorme. E nel frattempo ci siamo già resi conto che il film ha incuriosito ed è piaciuto. Per quanto piccolo a livello economico, non lo è dal punto di vista delle ambizioni».

BM: Il ruolo del produttore è anche quello di promuovere il film tramite i social?
PF:
«Certo. Oggi sono una possibilità enorme che noi vogliamo sfruttare, perché la condivisione è diretta e immediata. C’è già una pagina Instagram dedicata».

BM: Tu però, pur avendo un account Facebook e Twitter, non sei molto social.
PF:
«Diciamo che non ne sono innamorato, pur riconoscendone l’utilità. Non sono uno che documenta ogni secondo della sua vita. Preferisco che uno veda Mimmo piuttosto che Pierfrancesco».

BM: A proposito, all’epoca si era saputo che avresti fatto Rush perché Ron Howard aveva twittato una foto con te. Dovremo tenere d’occhio Facebook e Twitter per scoprire la tua partecipazione ad altre produzioni internazionali?
PF:
(ride) «No, questa volta ve lo posso dire io! Sto finendo di girare una serie televisiva prodotta da The Weinstein Company, Marco Polo, che sarà trasmessa su Netflix a dicembre. Ho anche fatto un film in Francia, Une mère, diretto da Christine Carrière con Mathilde Seigner, mentre in autunno, sulla Rai, andrà in onda la fiction su Giorgio Ambrosoli: Qualunque cosa succeda».

BM: In una nostra inchiesta riflettevamo sulla sempre maggior convergenza tra cinema e tv. Sei d’accordo?
PF:
«Assolutamente, la televisione ha uno sviluppo narrativo a volte più interessante di quello del cinema ed è oggettivo che oggi la sala renda meno della tv. Tra l’altro proprio Netflix sta cambiando le regole del gioco, soprattutto a livello produttivo: 58 milioni di abbonati a 9 dollari al mese rappresentano una possibilità incredibile. Sta tornando ai tempi dell’industria americana anni Cinquanta, con attori e sceneggiatori che vengono messi in esclusiva sotto contratto, in modo tale che si crei una competizione dal punto di vista economico. Inoltre, non vivendo di pubblicità, può permettersi di mettere online per i propri abbonati tutto quello che vuole e gli autori godono di una maggior libertà di scrittura. Poi alla base ci sono storie avvincenti. Lo stesso vale per HBO: penso a Lost, Boardwalk Empire, Il Trono di Spade».

BM: Tu sei un appassionato di serie tv? Quali sono le tue preferite?
PF: «Be’, quando uscì Lost rimasi molto colpito da com’era scritta. Ho una passione per Mad Men e poi seguo serie inglesi bellissime come Black Mirror. Anche Oranges Is the New Black è un altro esempio di scrittura interessante con temi che da noi si fanno fatica ad affrontare, soprattutto sulla televisione pubblica. Mentre House of Cards racconta in maniera molto specifica una cultura, una politica, che è quella americana».

BM: Il successo di Gomorra è la prova che anche l’Italia può essere competitiva?
PF:
«Noi saremo in grado di vendere sempre e solo quello che ci appartiene culturalmente in maniera profonda. Proprio come ha fatto Stefano Sollima. Gomorra come Romanzo criminale hanno trovato un linguaggio giusto, hanno saputo sfruttare in maniera intelligente l’appeal dei villain e hanno colto l’interesse che ci può essere attorno a un tema e a un tipo di “cinema” noir. In chiave completamente diversa anche Tutti pazzi per amore ha rappresentato una novità nel panorama televisivo italiano, sia sul fronte della scrittura sia su quello della realizzazione, pur ispirandosi ai vari Glee, Hugly Betty e a un certo tipo di commedia televisiva brillante. Alla fine il segreto è uno: intelligenza e qualità. E mai pensare che il pubblico sia meno intellegente di te. È stata la famosa casalinga di Voghera a creare questa mistificazione; ma oggi questa probabilmente ha un figlio gay che convive in Spagna e un’altra che si occupa di marketing, con la quale dialoga su Skype. L’Italia per fortuna sta cambiando. Bisogna intercettare questo movimento e scollarsi da un’immagine socio-politica ormai superata. I numeri si fanno altrove».

(Foto: pagina Facebook ufficiale di Pierfrancesco Favino)

© RIPRODUZIONE RISERVATA