Siamo giunti all’ultimo atto, qui in Croazia, al 56° Festival Internazionale del Cinema di Pola, partito il 18 e che chiuderà i battenti domani, come si è scritto in un primo e secondo articolo. Fra le leccornie che si possono gustare vagabondando da un cinema all’altro, fra taglieri di prosciutto istriano e l’onnipresente gulash che insaporisce le tavole di chi abbia voglia di curiosare in un festival dall’atmosfera davvero gioiosa ed anomala, fra i soffi della bora serale e i mercatini delle pulci allestiti attorno al mastodontico Arco dei Sergi, è giunto il momento per il cinema europeo di dimostrare di essere capace – proprio come una piccola Hollywood dell’Est – di spaziare di genere in genere, senza aver più alcun senso di inferiorità. Ed è quindi ora dei film a tematica gay and lesbian – come Harakiri Children di Ivan Livakovic – oppure dei teen movies tutti sesso e cultura underground – come Masa di Nikolina Baric –, delle pellicole on the road come Party di Dalibor Matanic o delle commedie woody-alleniane ambientate in interni borghesi come Interior, Apartment, Night di Sasa Ban. E mentre nel programma principale scorrono ancora il film francese di Josiane Balasko intitolato A French Gigolo o l’adattamento inconsueto della favola di Charles Perrault Barbablu di Catherine Breillat, o un’altra coproduzione franco-tedesca e cioè il drammatico Il y a longtemps que je t’aime di Philippe Claudel, nelle sezioni del Croatian Film Focus scorrono le immagini dei migliori film d’animazione della cosiddetta Scuola di Zagabria, dal tratto di matita alla Bruno Bozzetto di Matija Pisacic con Zodiac’s Fantastic Odyssey all’arioso esperimento allegorico di Nevio Marasovic, Run, dai prodotti in video del maestro Nedjeliko Dragic, Rudi’s Lexicon, ai migliori titoli usciti dall’Accademia di Cinema Animato che proprio qui in Croazia ha sede, ad esempio Mobitel Mania di Darko Vidackovic o Nightmare di Darko Kokic. Che meraviglia: finito il conflitto che ha visto contrapposta la Croazia alla Serbia e alla Bosnia, rimarginate le ferite di guerra, finalmente vediamo rifiorire lo stile d’animazione dell’Est europeo, che in passato aveva già portato a tanti capolavori (si pensi a tutti i cartoons di un genio come John Halas, 1912 – 1995, o anche solo ad un titolo come Animal Farm, la cui sperimentazione ricca di meraviglie non ha nulla da invidiare ai recenti titoli Pixar oppure ad un successo come Coraline di Henry Selick). E allora, ecco che finalmente capiamo l’antifona: si capisce come da queste parti celebrino il cinema come ad un concerto rock, con sontuose proiezioni del Julian Jarrold di Ritorno a Brideshead o bagni kolossal di folla per Harry Potter e il principe mezzosangue di David Yates proiettato su schermo gigante fra le rovine di pietra e dentro l’anfiteatro in scenari che ricordano gli antichi ludi romani. Il punto è che il cinema d’area europea, da queste parti, è in festa: orgoglioso delle sue origini e delle sue radici culturali, pronto a vendersi al miglior concorrente come si trattasse dei blockbuster di maggior cassetta, per nulla spaventato dai confronti con il concorrente americano. Un entusiasmo del genere – che ricorda, da noi, gli anni del boom economico – in Italia non ha assolutamente paragoni, là dove le feste-festival popolari o sono generaliste e tutti incentrate su produzioni esterofile (si pensi al festival di Venezia, Roma o Torino) oppure sono perse nel mare dei cortometraggi, del cinema d’autore, delle produzioni per pochi aficionados. I fuochi artificiali, a voler suggellare l’exploit del cinema dell’Est, si alzano di sera sull’arena romana specchiandosi sulla superficie del mar Adriatico.

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