Sabato 26 settembre la notizia bomba: Roman Polanski arrestato a Zurigo, Svizzera (dove doveva ritirare un premio alla carriera a un festival cinematografico) per il reato di violenza carnale commesso nel 1977 negli Stati Uniti contro un’allora 13enne. Per anni il regista ha evitato il problema non mettendo più piede su suolo statunitense. Ma quel fatidico sabato ha commesso l’errore di metterlo su suolo elvetico, terra da cui è possibile per gli Usa richiedere l’estradizione. Così, per lui è stato il carcere.
In questi giorni il filmaker e i suoi avvocati hanno presentato la richiesta di rilascio, che è stata loro negata. «Il rischio di fuga è troppo elevato» ha spiegato il Dipartimento elvetico di Giustizia e Polizia. In effetti, il regista de Il pianista sta evitando il carcere da oltre trent’anni. Mentre ancora si sta discutendo della possibilità di un rilascio su cauzione o degli arresti domiciliari. L’intenzione dell’accusato, infatti, sarebbe quella di riuscire a passare i giorni che lo dividono dall’estradizione non in prigione ma in una casa di sua proprietà nel bernese.
Intanto il mondo dello spettacolo e non si sta dividendo tra “pro” e “contro” Polanski. Tra chi sostiene che il regista sia vittima di un linciaggio mediatico e chi crede invece che la giustizia debba seguire il suo corso, per tutti.
Tra i sostenitori, Adrien Brody, Giuseppe Tornatore e il regista polacco Andrzej Wajda; tra i detrattori Luc Besson, il politico francese, leader dei verdi, Daniel Cohn-Bendit e Arnold Schwarzenegger.

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