E poi, semplicemente, finisce. Si trasforma, diceva qualcuno. Diventa un’opportunità, dicono dall’altra parte del mondo. Io dico: finisce. Perché se il bruco chiama morte quello che il mondo chiama farfalla, io sto dalla parte del bruco. Mi frega poco, nulla, di quel che resta. Mi interessa cosa perdete voi. Succede quando qualcosa che c’era non c’è più.

Ho quarant’anni e sono stanco. Perché battaglie ne ho vinte e perse, come tutti, e quelle che ho vinto sono state davvero faticose. Io sono un esercito piccolo ma tenace e pericoloso. Ammirato anche, per carità. Temuto per tanti motivi. Anche amato. Ma, alla fine, vincono sempre gli stessi. Gli stessi che si ritrovano spesso ad avere in comune una delle caratteristiche più dirimenti nel cinema italiano: il certificato di nascita.

Ora, io qui sono a un bivio: spiegare perché o spiegare come. Come provare a uscire dal Grande Raccordo Anulare per dare un respiro diverso al nostro cinema. Voi fate una cosa: sfogliate Best Movie fino alla fine e segnatevi il nome di tutti gli attori italiani che troverete. Quanti, sono romani? Un po’. Perché? Avevamo detto che spiegavamo il “come”. Vasto programma, disse De Gaulle. Ma proviamoci. Se togliete la Puglia dal cinema italiano degli ultimi vent’anni, probabilmente vi resterà la metà del cinema prodotto. Da Olmi a Verdone, passando per il più internazionale dei film di Garrone e arrivando a Wonder Woman, la Puglia Film Commission ha immesso nel mercato decine di milioni di euro all’anno per portare gente tra Candela e Santa Maria di Leuca.

E ci sono venuti, eh. Poi pensate al Piemonte, stessa cosa. Eppure, in Puglia e in Piemonte, era pieno di romani. Ora, guardate dall’altra parte dell’Oceano, dove il cinema è un’industria. Hollywood, dite subito voi. Sicuri? Sapete che invece grazie ai film è come se voi foste andati a New York mille volte? Ne conoscete quartieri e anfratti, addirittura, grazie a una quantità enorme di film, storie, registi, serie. E Chicago? E Philadelphia? Beh, Landis le ha raccontate fino ai sobborghi, tutte e due. Ora, immaginate un film di avvocati omosessuali morti di AIDS che si intitoli, che so, Campobasso. No, eh? E perché? Perché Hollywood è il posto dove l’industria nasce ma diventa un polo attrattivo, organizzativo e poi operativo, ma mai costrittivo.

Da noi, il cinema, è solo Roma. A Roma le scuole, a Roma le produzioni, a Roma tutto è più semplice. E allora raccontiamo Roma e i romani. Io, a Roma, ci sono dovuto arrivare da Corato. La prima volta non sapevo nemmeno dove fosse Cinecittà. Il mio amico Andrea Cavalletto ha portato il suo enorme talento a Roma da Venezia, lui, per diventare allievo di un genio fiorentino come Piero Tosi, che ha vissuto a Roma fino alla morte. È logica conseguenza che chi ci nasce sia avvantaggiato. Ma così si parte con un vantaggio di un giro e se ci si ritrova con una macchina già veloce di suo, si diventa irraggiungibili. Diventa ineluttabile. E poi dovrebbe finire, dopo lo schiocco di dita. Io non glielo permetterò, perché non gliel’ho permesso.

Se pretendiamo i cinema in tutta Italia, portiamo anche “Il” cinema in tutta Italia. Raccontiamola tutta. Perché “voglio fare il cinema” non debba essere solo un sogno con una partenza postdatata nella vita di un bimbo a Sondrio o a Catania. E le dita schiocchiamole solo come farebbe Ciro dei Neri Per Caso a Sanremo, nel ’94. Per vincere. Tichitì!

 

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