Nel mercato delle serie tv, l’impatto vero lo fanno in poche. Quelle che non si limitano a funzionare, ma cambiano il modo in cui il pubblico guarda, commenta e pretende la televisione: Twin Peaks che ha sdoganato l’autorialità, I Soprano che ha riscritto l’anti-eroe, Lost che ha trasformato il mistero in fenomeno collettivo, Breaking Bad che ha imposto la serialità come grande romanzo pop. A metà degli anni Dieci, quando Netflix stava ancora definendo la propria identità “prestige”, c’è stata una serie sci-fi che sembrava avere le carte per lasciare un segno simile. Solo che non le è stato concesso tempo.
Quella serie era Sense8, creata da Lana e Lilly Wachowski insieme a J. Michael Straczynski. L’idea, già di per sé, era una dichiarazione d’intenti: otto sconosciuti, sparsi per il mondo, scoprono di essere mentalmente ed emotivamente connessi. Non è soltanto telepatia: è la possibilità di sentire la vita degli altri, “visitarsi” a distanza, condividere paure, desideri e perfino abilità pratiche nei momenti in cui serve sopravvivere. Da qui nasce un racconto che mescola cospirazione e intimità, action e melodramma, e che soprattutto si muove davvero su scala globale, con un cast corale e multiculturalità non decorativa.
Nel corso della prima stagione (2015) il cluster impara a riconoscersi e a usare quella connessione mentre una misteriosa organizzazione li bracca, trasformando la scoperta in una corsa contro il tempo. La seconda (2017) alza la posta: i protagonisti diventano più consapevoli, più coordinati, e lo scontro con chi li vuole controllare o eliminare si fa più diretto. Non è un caso che, col passare degli episodi, Sense8 venga ricordata tanto per le sequenze d’azione “a otto mani” quanto per la sua capacità di trasformare la fantascienza in metafora concreta di empatia e appartenenza.
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Poi è arrivato lo strappo: nel giugno 2017 Netflix annuncia che la serie non tornerà per una terza stagione, sottolineando la portata produttiva del progetto (23 episodi, 16 città e 13 Paesi). L’ambizione dietro alla serie aveva un costo e Sense8 era costruita come un evento logistico prima ancora che narrativo. La reazione del pubblico, però, è stata tale da ottenere almeno una chiusura: un finale speciale rilasciato l’8 giugno 2018, pensato per dare un epilogo a ciò che era rimasto sospeso.
Anche i numeri raccontano un divario interessante tra consenso e destino. Su Rotten Tomatoes la prima stagione registra un 72% di approvazione critica con un 90% di gradimento del pubblico, mentre la seconda sale al 93% tra i critici (89% audience). Metacritic, per la stagione d’esordio, segna 66 di metascore e 8.2 come user score: la fotografia di una serie discussa, ma visceralmente amata da chi ci è entrato davvero. E forse è proprio questo il punto: Sense8 non è stata solo una sci-fi, ma una promessa di cosa Netflix poteva diventare quando decideva di rischiare senza calcolare tutto al millimetro – come fatto poi successivamente con Stranger Things. Una promessa interrotta prima di capire fin dove poteva arrivare.
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