Prima di Halloween, questo horror dimenticato da tutti ha anticipato il genere slasher
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Prima di Halloween, questo horror dimenticato da tutti ha anticipato il genere slasher

Ha perfezionato molti elementi che sarebbero diventati i marchi di fabbrica delle narrazioni "al sangue"

Prima di Halloween, questo horror dimenticato da tutti ha anticipato il genere slasher

Ha perfezionato molti elementi che sarebbero diventati i marchi di fabbrica delle narrazioni "al sangue"

Il killer del film horror Alice, sweet Alice

Non c’è dubbio che Halloween di John Carpenter abbia segnato una svolta per il cinema horror, dando il via a un’ondata di film slasher che avrebbero dominato il genere per decenni. Tuttavia, prima che Michael Myers seminasse il terrore nelle strade di Haddonfield, un altro film aveva già esplorato molti degli elementi tipici dello slasher, affinando le regole del genere e introducendo alcune delle sue immagini più iconiche. Stiamo parlando di Alice, dolce Alice (Alice, Sweet Alice), un thriller horror del 1976 diretto da Alfred Sole, che con il tempo è diventato un cult dimenticato, nonostante la sua evidente influenza sul cinema horror successivo.

Se Halloween ha portato il genere slasher al grande pubblico, Alice, Sweet Alice ne ha gettato le basi, giocando con l’ambiguità del colpevole, l’uso della maschera come elemento di terrore e una violenza stilizzata che anticipava il gusto degli anni ‘80. Inoltre, rispetto a molti slasher successivi, il film di Sole possiede una profondità tematica inaspettata, sfruttando la religione come strumento di paura e critica sociale.

Ambientato nella città industriale di Paterson, nel New Jersey, Alice, Sweet Alice segue la storia delle sorelle Spages, Alice (Paula Sheppard) e Karen (Brooke Shields), cresciute in un ambiente fortemente cattolico. Karen è la figlia prediletta della madre, mentre Alice viene spesso ignorata e trattata con severità. Il senso di esclusione e il desiderio di attenzioni spingono Alice a comportamenti disturbanti, facendo di lei la principale sospettata quando, durante la cerimonia della Prima Comunione, Karen viene brutalmente assassinata all’interno della chiesa.

L’omicidio, avvenuto in un luogo sacro e in un momento di innocenza e purezza, aggiunge un ulteriore livello di inquietudine alla narrazione. Il killer, che indossa un impermeabile giallo e una maschera infantile, diventa il simbolo della perdita dell’innocenza, alimentando il senso di paranoia e dubbio che attraversa tutta la pellicola. La domanda principale del film è: Alice è davvero colpevole o qualcuno sta manipolando gli eventi per farla apparire tale?

Sole costruisce una storia ricca di tensione, in cui la paura non nasce solo dalle scene di violenza, ma anche dall’opprimente atmosfera familiare e religiosa, che contribuisce a rendere il film un’esperienza claustrofobica e disturbante. Sebbene oggi venga spesso trascurato nelle discussioni sui grandi horror degli anni ‘70, Alice, Sweet Alice ha perfezionato molti elementi che sarebbero diventati i marchi di fabbrica dello slasher. Il film propone un killer mascherato, un dettaglio che diventerà una costante del genere. Prima che Michael Myers indossasse la sua iconica maschera bianca, Alice, Sweet Alice aveva già sperimentato l’idea di un assassino dal volto coperto. La maschera utilizzata nel film, dall’aspetto infantile e quasi angelico, è tanto inquietante quanto ambigua, poiché suggerisce l’idea di un assassino che potrebbe essere un bambino o un adulto con una mente disturbata.

L’uso del coltello da cucina come arma principale è un altro elemento distintivo che il film di Sole contribuisce a rendere iconico. La banalità dell’oggetto, presente in ogni casa, viene trasformata in un simbolo di terrore, rendendo la violenza ancora più spaventosa e realistica. Il film gioca abilmente anche con il concetto di sospetto e depistaggio. L’ambiguità sulla colpevolezza di Alice mantiene alta la tensione, portando il pubblico a interrogarsi costantemente su chi sia il vero assassino. L’uso della tecnica del red herring è magistrale, lasciando intendere che Alice possa essere la colpevole, ma senza offrire mai una certezza assoluta fino alla rivelazione finale.

Il senso di minaccia viene amplificato da elementi come le telefonate inquietanti, che ricordano quelle di Black Christmas del 1974. Questi momenti creano una sensazione di claustrofobia e impotenza, suggerendo che il pericolo possa arrivare da chiunque e in qualsiasi momento. L’abilità con cui Sole mescola questi elementi rende il film una pietra miliare per il genere, anche se il suo riconoscimento è arrivato solo con il tempo.

Uno degli aspetti più affascinanti di Alice, Sweet Alice è il suo uso della religione come elemento di terrore. Molti horror giocano con il tema della possessione e del demonio, ma Sole adotta un approccio più sottile e psicologico, mostrando come la religione possa essere usata per giustificare violenza, repressione e fanatismo.

Simboli cattolici sono disseminati lungo tutta la pellicola: il velo della Prima Comunione, il crocifisso, la chiesa come luogo sacro e al tempo stesso teatro di un omicidio. Il killer stesso, nel momento della rivelazione finale, pronuncia parole inquietanti: «I bambini pagano per i peccati dei loro genitori!»

Questa frase racchiude il cuore del film: la religione come forza che non salva, ma che può spingere alla follia. L’idea che la fede non possa proteggere dall’orrore è un concetto che Alice, Sweet Alice esplora con grande efficacia, rendendolo un film ancora più disturbante per chi ha una forte sensibilità religiosa.

Nonostante la sua influenza sul cinema horror, Alice, Sweet Alice non ha mai ricevuto il riconoscimento che meriterebbe. Spesso oscurato dai grandi titoli del genere, il film di Alfred Sole rimane un esempio brillante di come lo slasher potesse essere qualcosa di più di una semplice sequenza di omicidi.

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Fonte: Collider

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