Da febbraio 2016, Roberto Recchioni (fumettista e romanziere, oltre che curatore di Dylan Dog per la Sergio Bonelli Editore) firma su Best Movie A scena aperta, rubrica in cui svela i segreti delle scene più belle dei film disponibili in home video.

 

Il primo Alien, come del resto il primo Blade Runner, sono opere impossibili da replicare, ma non perché “l’originale è sempre meglio”, come vuole una certa retorica critica (ci sono ottimi esempi di sequel che hanno eguagliato e, in qualche raro caso superato, l’opera genitrice), quanto perché i due capolavori di Scott nascono, anche, dalla fortunosa combinazione tra creatività e industria in un momento chiave dello sviluppo di un linguaggio. Da una parte un gruppo di talenti di primissimo piano provenienti dagli ambiti più disparati del mondo dell’arte, dall’altra parte un gruppo di rodatissimi professionisti, maestri del cinema di lungo corso. In mezzo, a fare da tramite e da traduttore per questi mondi apparentemente inconciliabili, il talento visionario di un regista proveniente dal fiorente mondo dei commercial televisivi e dei video musicali: Ridley Scott.
Il 1979, l’anno in cui Alien raggiunge le sale, è un periodo di transizione culturale: l’esperienza del cinema autoriale e “contro” degli anni ’70 sta ormai finendo ma ancora non ha preso slancio la new wave spielberghiana che caratterizzerà tutti gli anni ’80. Alien irrompe sulla scena come un prodotto alieno (perdonate il gioco di parole) perché se da una parte Dan O’Bannon ci porta dentro tutte le suggestioni dei “B” movie di fantascienza e mostri degli anni ’50, dall’altra parte Scott redime quel materiale grezzo con robuste iniezioni di avanguardia artistica e perizia tecnica. Nulla era come Alien prima di Alien e nulla è stato come Alien dopo Alien. Non è un caso che quando la Fox decide di dargli un seguito, non si rivolge a Scott ma va a cercare un altro visionario e tecnicissimo talento in erba, da cui tutti si aspettano grandi cose: James Cameron. Ma questa è un’altra storia.
Molta acqua è passata sotto i ponti dalla prima apparizione dello Xenomorfo su grande schermo e molti sono gli artisti che hanno portato su schermo, o su carta, o in ambito videoludico, la creatura di Giger. Alcuni lo hanno fatto con un certo successo, altri meno. Fino a quando Ridley Scott è (più o meno) tornato alla sua creatura con Prometheus, un coraggioso tentativo di affrontare la reiterazione del franchise di Alien da un punto di vista del tutto diverso, partendo da quel misterioso “Space Jockey” che per quasi 40 anni ha generato infinite domande nel popolo degli appassionati della saga. L’idea è buona, la messa in scena magnifica, ma Scott si affida a Damon Lindelof per la sceneggiatura e il film naufraga malamente. Il pubblico si divide nei confronti di Prometheus: ci sono quelli che lo odiano e quelli che lo odiano ancora di più. Nonostante questo, incassa abbastanza per giustificare due sequel che Scott sembra assolutamente intenzionato a girare. Nel frattempo, si avvia anche un progetto parallelo, con Neil Blomkamp alla regia e l’intenzione di riprendere la narrazione da dove Cameron l’aveva interrotta in Aliens, ignorando i capitoli successivi. Il piano sembra semplice: Scott continuerà a realizzare la serie di Prometheus, ambientata prima di Alien, mentre Blomkamp porterà avanti la linea narrativa stabilita da Cameron, successiva ad Alien. Ma Scott ha altri piani in mente: Alien è la sua creatura e adesso che è di nuovo tra le sue mani, come una madre gelosa non sembra interessato a condividerla con nessuno. Così Prometheus 2 diventa Alien: Covenant. Il film, pur portandosi dietro alcuni peccati capitali della storia di cui è il prosieguo, ne aggiusta la maggior parte dei difetti (il gruppo di sceneggiatori è diverso e si vede), salvandone però tutti gli aspetti migliori (la straordinaria ricercatezza visiva). Il risultato è discontinuo ma non per questo privo di valore.

Tra tutte le molte splendide scene del film (c’è davvero l’imbarazzo della scelta), ho deciso di soffermarmi su quella più classica e che più mi ha ricordato il talento di Scott nel mettere paura e nel giocare con la materia dell’orrore. Siamo nell’ultima porzione del film, quella ambientata negli spazi più canonici per la serie: i claustrofobici corridoi di un’astronave. La camera si muove dolcemente fino a inquadrare due dei sopravvissuti al massacro che si è svolto fino a quel momento e che, per rilassarsi, stanno facendo la doccia assieme. Getti d’acqua, corpi nudi avvinghiati (1),

 

 

 

 

 

 

 

 

 

dettaglio dei piedi e della grata di scolo (2), giusto per fare capire anche a chi ha bisogno di sottotitoli cognitivi che stiamo entrando nel territorio di Sir Alfred Joseph Hitchcock e del suo Psyco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un’ombra oscura dalla testa oblunga passa sullo sfondo. Lo spettatore sa benissimo cosa sta per succedere ma è il come che lo tiene incollato alla sedia. Le gambe dei due, viste lateralmente, e la coda dello Xenomorfo che si insinua tra le gambe di lei (3) (perché le metafore sessuali in Alien non bastano mai).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La ragazza si ritrae. Lui non capisce perché. Lei guarda qualcosa oltre lui, alle sue spalle, dietro al vetro della doccia. La mano del mostro creato da Giger entra di quinta (4).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Controcampo, soggettiva della ragazza. La creatura emerge della tenebre: terribile e bellissima (5).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci spostiamo sul profilo dell’alieno. La lingua biomeccanica scatta in avanti, come la mano armata di coltello di Norman Bates, e sfonda il vetro e la calotta cranica dell’uomo, inondando la ragazza di sangue (6).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Altro sangue che scende lungo lo scolo. La ragazza, sotto l’acqua scrosciante, si mette a urlare come una novella Janet Leigh, poi un ultimo primo piano dello Xenomorfo. Quasi sembra ghignare pregustando quello che avverrà.
Infine, il buio. Forse nello spazio nessuno potrà sentirti urlare, ma nella doccia, sì.

Alien: Covenant è disponibile negli Store Digitali, in Dvd e Blu-ray dal 14 settembre.

Contenuti speciali Blu-ray: 12 scene eliminate ed estese; featurette: uscss covenant, settore 87 – pianeta 4; masterclass Ridely Scott; commento del regista; gallerie di produzione: Ridleygrammi, arte concettuale, creature, loghi e stemmi; trailer

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