Il momento più bello, in ufficio, è la mattina presto. Il caffè, le chiacchiere coi colleghi quando si è ancora assonnati, la routine quotidiana posticipata di una manciata di preziosi minuti. Poi arriva Lui, o Lei. Un frusciare di trench e una ventiquattrore sbattuta sulla scrivania; oppure il rumore dei tacchi sul parquet e una scia di profumo: sono i segni che accompagnano l’inesorabile arrivo in ufficio del Grande Capo. E improvvisamente tutto cambia. Il caffè nel cestino, la schermata di Facebook che diventa un grafico di Borsa, lo svaccamento sulla sedia diventato una seduta composta. (Parentesi: a chi ha la sfortuna di avere un Grande Capo che arriva prima di loro va espressa la massima solidarietà).

Alzi la mano chi nella vita non ha mai incontrato una Miranda Priestly/Meryl Streep o un simpsoniano Mr. Burns. Chi, insomma, non ha mai pensato: il mio capo è un Vero Stronzo. Chi non rabbrividsce alle parole «Grande Capo», anche senza aver avuto accesso ai piani alti dell’azienda (Lars von Trier ci ha fatto non a caso un omonimo film). Non vedo mani alzate, come immaginavo. Perché chiunque di voi si è sentito un impiegato vessato, durante un’esperienza di lavoro (o di vita: spesso le due cose coincidono). Trovarsi torturati da una Anna Wintour sotto mentite spoglie (la “direttora” di Vogue America cui è ispirato il personaggio di Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada) o da «megadirettori» di cui si favoleggiano poltrone «in pelle umana» è prassi quotidiana. Siamo stati tutti Ugo Fantozzi, una volta nella vita.

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