Prima di diventare un fumettista, Cyril Pedrosa – classe ’72, francese – è stato un animatore. Ha lavorato alla Disney, ha collaborato alla realizzazione di due film come Il gobbo di Notre Dame e Hercules. Ha imparato l’importanza di uno stile svelto, semplice, dinamico. Poi ha deciso di cambiare. Nel fumetto ha trovato un altro mondo, un mondo potenzialmente senza confini, libero, dove poter raccontare qualunque cosa. Ha messo in scena storie di persone, di esseri umani, piccoli fantasy; ha unito la sua vita alla finzione e viceversa. Con Portugal (Bao Publishing) si è imposto all’attenzione internazionale, vincendo numerosi premi. Con Gli equinozi (Bao Publishing), ha stretto la presa sul suo stile, sulla
sua incredibile visione, e ha creato un altro fumetto-kolossal: enorme, coloratissimo, ricco di spunti, di immagini e di evoluzioni. Le parole, nei fumetti di Pedrosa, sono quasi secondarie. Reggono la narrazione dei disegni, rafforzano la trama, consolidano una certa impostazione. Ma restano sempre un passo indietro. Con L’età dell’oro (Bao Publishing), diviso in due parti e scritto con Roxanne Moreil, Pedrosa è ritornato al genere fantastico. Nel taglio delle tavole, nel tratto morbido e avvolgente, cavalieri, mercenari e tempi antichi acquistano profondità e spessore, e la serietà della sceneggiatura, dei discorsi fatti dai personaggi, viene smussata dal disegno, dagli infiniti dettagli, dalla potenza visiva di certe sequenze. Pedrosa non vuole solo intrattenere il suo lettore, portarlo per un’ora o due in un’altra realtà; Pedrosa vuole scuoterlo, appassionarlo, vuole riempire gli occhi di chi legge con la bellezza del fumetto, e vuole superare qualunque altra cosa, diventando totalizzante, assoluto, inarrivabile. I fumetti di Pedrosa uniscono sapientemente delicatezza e precisione, ricercatezza e semplicità. Ogni riquadro prova a superare quello precedente, e ogni passaggio nel racconto riesce a trovare un nuovo equilibrio. Il formato stesso dei fumetti è una parte fondamentale nelle opere di Pedrosa. Quando leggi i suoi libri, fai fatica a tenerli
in mano. Quando li sfogli, hai la consapevolezza di sfogliare qualcosa di importante, di unico, qualcosa che difficilmente ti ricapiterà tra le mani. E quindi presti attenzione, aguzzi la vista, passi minuti interi su ciascuna pagina. E cerchi, ricerchi, ti soffermi. Le tavole di Pedrosa sono come quadri: non c’è solo il personaggio in primo piano, ma ci sono anche lo sfondo, i contorni, l’ambientazione. Pedrosa è un regista scrupoloso: sa dove inquadrare, sa che cosa far vedere e soprattutto sa che cosa nascondere. Gioca con le figure, con i corpi, con la forma stessa dei protagonisti. Non cerca la perfezione: cerca l’armonia. Leggerlo significa diventare avventurieri, imparare cose sconosciute, ubriacarsi del suo stile, del suo talento, ed entrare in contatto con dieci, cento, mille vite. Portugal è un classico. Gli equinozi è un esperimento. L’età dell’oro è pura epica cavalleresca.

 

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