Quando uscì fu un flop. Oggi questo dimenticato horror con bambole maledette è più agghiacciante di Annabelle
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Quando uscì fu un flop. Oggi questo dimenticato horror con bambole maledette è più agghiacciante di Annabelle

Accolto freddamente al momento dell'uscita è oggi riscoperto come una delle storie con pupazzi killer più spaventose degli anni Duemila

Quando uscì fu un flop. Oggi questo dimenticato horror con bambole maledette è più agghiacciante di Annabelle

Accolto freddamente al momento dell'uscita è oggi riscoperto come una delle storie con pupazzi killer più spaventose degli anni Duemila

Frame dal film horror di James Wan Dead Silence

Diciotto anni fa, quando James Wan era ancora il giovane regista reduce dal fenomeno Saw, decise di sorprendere tutti cambiando completamente registro. Al posto di trappole sanguinose e gore estremo, sfornò un film che abbracciava il fascino cupo del gotico: Dead Silence. Un’opera che mescolava leggende da brivido, silenzi carichi di tensione e una delle figure più inquietanti mai viste in un horror moderno. All’epoca venne accolta con freddezza da critica e pubblico, ma oggi, a distanza di quasi due decenni, è sempre più chiaro: questa storia di bambole maledette e vendetta ultraterrena riesce ancora a essere molto più spaventosa della ben più nota Annabelle.

Al centro della storia c’è Jamie Ashen, un uomo che torna nella sua città natale, Ravens Fair, per indagare sulla misteriosa morte della moglie. Tutto ha inizio con un pacco anonimo: al suo interno, un vecchio pupazzo da ventriloquo di nome Billy. L’oggetto è legato alla leggenda di Mary Shaw, una ventriloqua uccisa brutalmente dagli abitanti del luogo e sepolta insieme alla sua collezione di bambole. Ma Mary non è rimasta sottoterra: il suo spirito vendicativo utilizza i pupazzi come armi e veicoli per perpetrare la sua maledizione.

Con Dead Silence, Wan e il fidato sceneggiatore Leigh Whannell mettono in scena un horror in cui l’atmosfera è protagonista assoluta. Il regista sfrutta il silenzio come un’arma, trasformandolo in un crescendo di ansia. La regola del film – “Se la vedi, non urlare” – ribalta l’istinto umano più primordiale, rendendo il pubblico parte del gioco macabro di Mary Shaw. Ogni location contribuisce a creare un senso di morte sospesa: teatri in rovina, cimiteri avvolti nella nebbia, strade deserte che sembrano congelate nel tempo.

Mary Shaw è un’antagonista di un altro livello: non un semplice “oggetto maledetto” come Annabelle, ma una leggenda costruita con coerenza e ricca di sfumature. È lei l’architetto dell’orrore, capace di muoversi tra i vivi e i morti, di assumere sembianze mostruose e di parlare attraverso le sue “creature”. I suoi pupazzi, e in particolare Billy, trasmettono un’inquietudine viscerale, con sguardi di vetro e sorrisi appena accennati che restano impressi nella mente.

Rivisto oggi, Dead Silence affascina ancora per la cura nei dettagli: la fotografia dai toni freddi di John R. Leonetti (che anni dopo avrebbe diretto proprio Annabelle), la scenografia decadente e il sound design calibrato al millimetro per far “sentire” il vuoto. Non c’è abuso di jump scare: Wan preferisce l’attesa, la pausa, il momento in cui il silenzio diventa insopportabile. È un horror che costruisce la paura lentamente e la fa esplodere in un finale che ribalta le carte in tavola.

Mentre Annabelle si è imposta come volto iconico del genere grazie al successo del Conjuring Universe, Dead Silence resta un tesoro nascosto per appassionati: un film che, pur uscito troppo presto per essere capito dal grande pubblico, ha saputo definire una via alternativa al cinema di bambole maledette. Forse è proprio il momento di riportare Mary Shaw alla ribalta: nel silenzio, la sua vendetta non si è mai fermata.

Fonte: CBR

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