Nel vastissimo catalogo di Netflix, alcune serie finiscono per perdersi nel rumore di fondo, oscurate da titoli più longevi o più fortunati dal punto di vista mediatico. È il caso di Godless, miniserie western uscita nel 2017 che, a distanza di nove anni, appare oggi come una delle opere più mature, coraggiose e sottovalutate mai prodotte dalla piattaforma.
Creata da Scott Frank, Godless arriva in un momento storico poco favorevole al genere. Il western televisivo non aveva ancora conosciuto la rinascita che sarebbe esplosa solo un anno dopo con Yellowstone, e il pubblico sembrava poco disposto a tornare verso un immaginario considerato superato. Eppure, già allora, Godless aveva tutte le carte in regola per distinguersi: una scrittura solida, una messa in scena rigorosa e un’idea narrativa capace di ribaltare i codici più consolidati del genere.
Ambientata nel New Mexico del 1884, la serie segue Roy Goode, un fuorilegge ferito interpretato da Jack O’Connell, in fuga dal suo ex mentore Frank Griffin, un predicatore-armigerato spietato e carismatico incarnato da Jeff Daniels. La caccia all’uomo conduce Roy a La Belle, una cittadina mineraria apparentemente isolata, segnata da una tragedia che ne ha cambiato per sempre l’equilibrio sociale.
Un disastro in miniera ha infatti ucciso quasi tutti gli uomini del paese, lasciando le donne a gestire la comunità, il lavoro e la sopravvivenza quotidiana. Questo dettaglio, tutt’altro che marginale, diventa il cuore tematico di Godless. La serie usa il western non per raccontare l’epopea maschile della frontiera, ma per osservare cosa accade quando quel mito crolla e lascia spazio a nuove forme di potere, responsabilità e resistenza.
È qui che Godless si rivela davvero diversa. Il genere non viene negato, ma riletto: la violenza è presente, così come il senso di fatalismo e di fine di un’epoca, ma il punto di vista è spostato. Personaggi come Alice Fletcher, interpretata da Michelle Dockery, o la sceriffa improvvisata incarnata da Merritt Wever, danno vita a un racconto in cui il western diventa anche riflessione sulla perdita, sul trauma e sulla ricostruzione di un’identità collettiva.
A colpire, ancora oggi, è il tono della serie. Godless è cupa, sporca, spesso spietata, ma mai cinica. Accanto alla brutalità, trova spazio un’umanità fragile e credibile, fatta di silenzi, sguardi e scelte difficili. Anche i personaggi maschili, a partire dallo stesso Roy, sono lontani dall’eroe classico: feriti, colpevoli, in costante bilico tra redenzione e condanna.
Il fatto che Godless si sia fermata a una sola stagione è spesso letto come un’occasione mancata, ma col tempo questa scelta appare sempre più coerente. La serie nasce come miniserie, con una struttura chiusa e un arco narrativo completo, che evita forzature o diluizioni inutili
Rivederla oggi significa anche riconoscerne il carattere pionieristico. Prima che il western tornasse di moda sul piccolo schermo, Godless aveva già mostrato come fosse possibile raccontarlo in modo adulto, politico e profondamente contemporaneo. Forse è per questo che all’epoca è passata inosservata, e forse è proprio per questo che oggi appare ancora più potente.
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