Con tutti i film che vengono realizzati ogni anno, è facile sentirsi disorientati o avere l’impressione di perdersi dei veri e propri gioielli che passano inosservati. Questo è ancora più vero per il genere horror, che è popolato non soltanto dalle release diffuse al cinema dai grandi studi, ma anche da produzioni indie a basso budget, che spesso nascondono gli esperimenti più interessanti, soprattutto a livello internazionale.
Rientra in questa categoria A Dark Song, un film irlandese del 2017, diretto e sceneggiato da Liam Gavin, che riesce nell’impresa non facile di trasformare il lutto, il dolore e il senso di colpa in puro orrore psicologico.
La storia è quella di Sophia Howard (Catherine Walker), una donna che sta affrontando il lutto per la morte del figlio, avvenuta in circostanze terrificanti quando un gruppo di ragazzi lo ha rapito e torturato nel corso di un rito occulto. Consumata dal dolore, Sophia è disposta a tutto pur di raggiungere il suo obiettivo: vendicarsi nei confronti dei suoi assassini. Per riuscirci, affitta un’isolata casa di campagna e contatta Joseph Solomon (Steve Oram), un esperto occultista che possa eseguire un pericoloso rituale proibito per metterla in contatto con l’aldilà. Lo scopo della donna è quello di parlare con il suo angelo custode e chiedergli di attuare la sua vendetta; tuttavia, mente all’occultista affermando che il suo desiderio sia solo quello di poter scambiare un’ultima parola con il figlio scomparso. Costretti a mesi di isolamento in balia di spiriti ed eventi soprannaturali, i due iniziano a essere sempre più aggressivi l’uno contro l’altra, fino a quando la verità non viene tragicamente a galla.
Ricco di scene di tortura, demoni e apparizioni surreali, questo horror ha la capacità di restare in ogni momento profondamente umano. Al cuore della vicenda, infatti, non ci sono i jumpscare o le creature soprannaturali, bensì il dolore della protagonista e le conseguenze estreme che è disposta a sopportare pur di espiare il suo senso di colpa e raggiungere i suoi obiettivi. Più che sullo spavento in sé per sé, il regista lavora in particolare sull’atmosfera, creando un senso di claustrofobia e paranoia attraverso la casa isolata, i silenzi continui e il rapporto ossessivo tra i due protagonisti, il senso di clausura e il tempo che sembra fermarsi e non scorrere mai. Quando l’orrore finalmente si manifesta, lo fa in modo disturbante e surreale, attraverso la lunga scena del rituale occulto, che viene rappresentato in maniera estremamente realistica, con una forte attenzione ai dettagli, alla fatica e al logoramento psicologico e fisico che Sophia deve affrontare.
Persino il finale è diverso dal solito: senza spoilerare troppo, il regista rifugge il classico epilogo “shock” e punta invece su una conclusione emotiva, catartica, quasi spirituale, in antitesi con tutto ciò che è accaduto ai due personaggi in quel momento. Per la sua capacità di trasmettere ansia e inquietudine senza affidarsi ai cliché del genere, questo horror non potrà che rimanervi in testa anche dopo i titoli di coda.
Fonte: Collider
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