Le grandi storie, tanto nel cinema quanto nei linguaggi artistici di diverso tipo, si riconoscono anche da come iniziano. Ed è esattamente quello che accade in Quei Bravi Ragazzi, il capolavoro crime diretto da Martin Scorsese che, già solo dalla sua battuta iniziale, riesce a definire l’intero film.
Quando Ray Liotta, nei panni di Henry Hill, pronuncia «Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster», il film non si limita infatti a presentare il suo protagonista. Sta dichiarando apertamente il cuore della storia, il punto di vista da cui verrà raccontata e il modo in cui lo spettatore sarà coinvolto.
In poche parole, chiarisce subito che non assisteremo a un racconto distaccato o moralista sulla criminalità. Al contrario, verremo trascinati dentro quel mondo, osservandolo attraverso gli occhi di chi lo desidera davvero.
A rendere ancora più potente questa apertura è la costruzione della scena iniziale. Prima della battuta, Scorsese immerge lo spettatore in un momento di violenza improvvisa e disturbante, senza alcun filtro. Poi, all’improvviso, tutto si interrompe: un freeze-frame blocca l’immagine e lascia spazio alla voce di Henry.
È proprio in quel passaggio che il film cambia completamente prospettiva. La violenza che abbiamo appena visto non viene spiegata o giustificata, ma viene rielaborata attraverso il racconto del protagonista, accompagnata da una musica in netto contrasto con le immagini. Nasce così una tensione continua tra repulsione e fascino, che diventerà il motore dell’intero film.
Ciò che rende questa battuta così memorabile è il suo significato più profondo. Henry non parla di criminalità come di un destino inevitabile o di una tragedia personale: la descrive come un’ambizione, qualcosa da inseguire. Ed è proprio questo ribaltamento a cambiare le regole del genere.
Invece di mantenere lo spettatore a distanza, Quei bravi ragazzi lo rende parte integrante del racconto. Per gran parte del film, il pubblico viene sedotto dallo stesso mondo fatto di potere, denaro e libertà che affascina il protagonista. È una scelta rischiosa, ma incredibilmente efficace, perché crea un coinvolgimento emotivo immediato.
A differenza di altri grandi film crime, che costruiscono lentamente il proprio universo narrativo, qui tutto è immediato. Non servono lunghe introduzioni né spiegazioni complesse: bastano poche parole per stabilire il tono e catturare l’attenzione.
Quella battuta iniziale diventa così molto più di un semplice incipit. È il manifesto dell’intero film, la chiave di lettura che accompagna ogni scena e ogni scelta narrativa di Quei Bravi Ragazzi. Tutto ciò che accade dopo non fa che sviluppare e mettere in discussione quella dichiarazione iniziale.
Ancora oggi, a distanza di anni, questa apertura resta uno degli esempi più efficaci di scrittura cinematografica. Non è solo iconica: è strutturale. In pochi secondi, mette a segno ciò che molti film non riescono a fare in due ore: definire un personaggio, costruire un mondo e coinvolgere lo spettatore senza possibilità di distacco.
Anche per questo, Quei bravi ragazzi continua a essere considerato uno dei film più importanti della storia del cinema crime. Perché, fin dalla prima battuta, dimostra di sapere esattamente cosa vuole raccontare e come farlo.
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Fonte: CBR
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