Nel 2003 Quel pazzo venerdì conquistava una generazione di spettatori grazie alla travolgente chimica tra Jamie Lee Curtis e Lindsay Lohan, e a una storia capace di trasformare un semplice litigio madre-figlia in un’avventura fuori di testa. A distanza di oltre due decenni, Disney riporta in scena quella magia con Quel pazzo venerdì, sempre più pazzo, in arrivo nelle sale italiane il 6 agosto 2025, e lo fa affidandosi alla sensibilità di una regista che di commedie intelligenti se ne intende: Nisha Ganatra, già dietro al successo di Late Night con Mindy Kaling e Emma Thompson.
Il nuovo capitolo vede Tess e Anna alle prese con una nuova fase della vita, in cui i ruoli si sono evoluti: Anna è ora madre a sua volta, e deve gestire una famiglia allargata e le sfide della genitorialità contemporanea. Quando un nuovo scambio di corpi coinvolge anche sua figlia e la sua futura figliastra, il caos familiare esplode in una girandola di gag, ma non manca il cuore: al centro resta il desiderio profondo di comprendersi a vicenda. Tra ritorni amati, nuovi volti e una Los Angeles che diventa quasi un personaggio a sè stante, Ganatra costruisce una commedia generazionale che guarda al passato con affetto e al presente con intelligenza.
Ne abbiamo parlato direttamente con la regista, in una chiacchierata esclusiva in cui ci ha raccontato la sua reazione alla chiamata della Disney, il lavoro con Curtis e Lohan, le scelte stilistiche dietro al film e cosa rende ancora oggi universale il legame tra genitori e figli esplorato nel film de 2003.

Quando la Disney ti ha contattata per dirigere il sequel di un cult tanto amato, qual è stata la tua primissima reazione?
«La mia primissima reazione è stata: “Sii calma, sii calma, non fargli capire quanto sei entusiasta”. Ma poi sono stata super entusiasta e, subito dopo, terrorizzata all’idea di rovinare un franchise così incredibile. Però sì, è stato davvero emozionante».
Quel pazzo venerdì del 2003 è ormai un caposaldo della cultura pop. Come hai affrontato la sfida di onorarne l’eredità creando al tempo stesso un film che potesse reggersi sulle proprie spalle?
«Ho avuto la fortuna di lavorare con un ottimo team di produzione, Kristen Burr e Andrew Gunn, e con una sceneggiatura fantastica di Jordan Weiss. Credo che la chiave sia stata mantenere i personaggi fedeli a sé stessi, mostrando dove sono oggi, invece di ripetere qualcosa di troppo simile al primo film. Ho voluto onorare il tempo trascorso e mostrare in cosa si sono evoluti. È stato divertente dare ad Anna questo dilemma di “genitorialità gentile” tipico dei millennial, che però le si ritorce contro, e trasformare la madre, un tempo severa con Anna, in una nonna permissiva e affettuosa. Quella dinamica tra tre generazioni di donne è stata il fulcro su cui concentrarsi. È ciò che mantiene viva la nostalgia, perché richiama quella dinamica vista nel primo film, ma la rende attuale con qualcosa di completamente nuovo. Per me era importante che il film funzionasse anche per chi non conosce il franchise, ma allo stesso tempo fosse divertente e rispettoso per chi ama l’originale».
Hai detto che la “fantasia/incubo” di scambiarsi di posto con la propria madre ti ha guidato nella stesura dello script. Come si è poi tradotta questa idea nel tono e nello stile visivo del film?
«Lo stile visivo è stato molto influenzato dai film con cui sono cresciuta: amo le commedie degli anni ’90 e dei primi 2000, e quelle britanniche. Ho pensato molto a Una pazza giornata di vacanza come riferimento: quel film dà spazio a tutti i personaggi e inserisce momenti comici senza mai allontanarsi dal dilemma emotivo reale che vivono. Mi sono concentrata sulla solitudine, sulle transizioni e sul sentirsi invisibili o inascoltati, dinamiche tipiche tra madri e figlie. Prima ci identifichiamo troppo con loro, poi le respingiamo, e infine torniamo a considerarle le nostre migliori amiche. Ho sentito dire che “le ragazze si lanciano nel mondo, ma restano saldamente attaccate alle loro madri”. È doloroso per una madre quando la figlia parte, ma poi c’è il ritorno. Ho voluto mostrare come ogni generazione abbia bisogno di sentirsi vista, ascoltata e amata».
La chimica tra Jamie Lee Curtis e Lindsay Lohan è semplicemente iconica. Com’è stato dirigerle vent’anni dopo?
«Fantastico, perché in questi anni sono diventate davvero amiche. Il loro rapporto si è evoluto ed è stato naturale: hanno mantenuto anche nella vita reale quella dinamica madre-figlia del primo film. È una bellissima amicizia e catturarla è stato facile e gioioso».

In questo sequel si amplia anche la dinamica familiare con Harper e Lily. Come hai lavorato con Julia Butters e Sophia Hammons per rendere così credibile l’energia dello scambio di corpi?
«Julia Butters è un’attrice di grande talento, e Sophia Hammons è altrettanto dedita. Entrambe hanno lavorato per non imitare Jamie e Lindsay, ma interpretare davvero Anna e Tess. Julia, per esempio, riesce a riprodurre quasi perfettamente il ritmo della voce di Lindsay: quando avviene lo scambio, sembra davvero Lindsay intrappolata nel corpo di Julia. A volte, se si perdeva un po’ nel personaggio, le chiedevo di ascoltare Lindsay dire una battuta, e subito la rifaceva alla perfezione, aggiungendoci poi la sua interpretazione. Jamie è stata di grande supporto per Sophia, e Lindsay per Julia: è stato bellissimo vedere attrici così esperte aiutare la nuova generazione a crescere».
Nel film ci sono anche più momenti di commedia fisica e sequenze ad alta energia. Come hai bilanciato cuore e caos?
«Amo la commedia e l’energia, ma devono avere uno scopo: servire la storia o far evolvere i rapporti tra i personaggi. Che siano in volo su un’auto o cadendo da uno scooter, l’emozione alla base della scena deve rimanere la priorità».
Los Angeles sembra quasi un personaggio in più. Perché era così importante girare il sequel lì?
«Jamie è di Los Angeles, io amo questa città, ed è bellissima e diversificata, non solo per le persone ma anche per i paesaggi. È uno dei pochi posti dove puoi sciare e fare surf lo stesso giorno. Spesso però non viene mostrata nella sua vera bellezza, quindi volevo che il film fosse anche una lettera d’amore a L.A. Sono felice di averlo fatto, perché dopo gli incendi abbiamo perso molte delle location che abbiamo immortalato: ora il film è anche un prezioso “fermo immagine” della città».
Hai definito la storia una “macchina dell’empatia”. Cosa pensi renda eterno il rapporto genitore-figlio al centro di Quel pazzo venerdì?
«I rapporti genitore-figlio sono senza tempo. L’idea di scambiarsi di posto, per farsi capire dall’altro, è il massimo della soddisfazione dei desideri: “Vorrei che fossi me per un minuto, così capiresti cosa sto vivendo”. Alla fine tutti comprendono pregi e difetti dell’essere adolescenti o adulti, e vedere il mondo dall’altro punto di vista è il culmine dell’empatia».
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