Ci sono serie che, al momento dell’uscita, sembrano destinate a diventare un piccolo culto. Warrior Nun è stata una di queste: una produzione Netflix che nel 2020 è arrivata quasi in punta di piedi, con un concept che sulla carta poteva sembrare assurdo – suore guerriere, reliquie divine, demoni, cospirazioni ecclesiastiche – e che invece ha trovato un equilibrio sorprendente tra intrattenimento puro, world-building ambizioso e una sensibilità moderna nei temi. Una serie che non aveva paura di essere bizzarra, sovversiva, sincera e perfino commovente. E proprio per questo la sua cancellazione, avvenuta quando la storia stava spiccando il volo, continua ancora oggi a essere uno dei più grandi rimpianti del fantasy televisivo recente.
Warrior Nun aveva qualcosa che poche serie young adult possiedono davvero: un’identità forte, costruita grazie alla visione del suo showrunner, Simon Barry. L’universo narrativo, ispirato liberamente ai fumetti di Ben Dunn, prendeva forma episodio dopo episodio, mescolando mitologia cristiana, azione coreografata, ironia da fanfiction e una sincera attenzione al percorso emotivo della protagonista, Ava Silva – interpretata da un’eccellente Alba Baptista, capace di rendere credibile l’evoluzione da ragazza spaesata a eroina riluttante.
Accanto a lei, un gruppo di personaggi femminili tra i più riusciti del fantasy moderno: Beatrice, devota e combattuta; Lilith, tormentata e imprevedibile; e l’intera Order of the Cruciform Sword, un team che univa spiritualità e combattimento con un carisma unico. Era una serie che parlava di sorellanza, autodeterminazione e fede, senza mai risultare predicatrice. E che soprattutto trattava la rappresentazione queer con rispetto e naturalezza, diventando un punto di riferimento per moltissimi spettatori.
A livello visivo, Warrior Nun era un piccolo gioiello: dalle chiese barocche alle strade europee, dagli scontri corpo a corpo ai momenti più intimi, ogni episodio dimostrava un’ambizione cinematografica rara per una produzione di questo tipo. Le scene d’azione erano creative, la fotografia ricercata, la colonna sonora perfettamente in linea con l’energia della serie.
Proprio per questo la cancellazione, arrivata dopo solo due stagioni, ha lasciato l’amaro in bocca. La storia stava crescendo, i misteri si stavano infittendo, i personaggi avevano finalmente trovato una loro dimensione. Il pubblico lo aveva capito e la campagna social per salvare la serie è stata una delle più rumorose degli ultimi anni: hashtag virali, petizioni, un fandom mobilitato in ogni angolo del web.
Ed è forse questo il punto: Warrior Nun meritava più tempo, più spazio, più stagioni per esprimere il suo potenziale. Oggi, a distanza di anni, resta una delle serie fantasy più originali, coraggiose e sottovalutate del catalogo Netflix. E recuperarne le due stagioni non significa solo scoprire un gioiello nascosto, ma anche rendersi conto di quanto la serialità fantasy possa essere fresca, irriverente e sorprendente quando osa davvero.
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