«Gira il mondo gira…». Vi immaginate un giovane Richard Curtis in vacanza all’isola d’Elba inserire le 50 lire nel juke box e scegliere Il mondo, il brano cult di Jimmy Fontana? Forse fantasticava già su quella ragazza che gli aveva spezzato il cuore, una delusione forte, ma che gli ha permesso di scrivere quelle storie d’amore che ognuno di noi ha amato, e di cui conosciamo (quasi) ogni singola battuta a memoria. Una carriera in crescendo, da Quattro matrimoni e un funerale passando per Notting Hill, sceneggiando una pietra miliare come Il diario di Bridget Jones e dedicandosi poi alla regia di Love Actually, I Love Radio Rock e Questione di tempo, il suo ultimo film da regista, in cui ha inserito quella famosa canzone che ascoltava quando era ragazzo in vacanza in Italia.

Il film, in uscita il 7 novembre, non è una semplice storia d’amore. Questione di tempo sfiora le corde del romanticismo soffermandosi sulle note dell’affetto e del calore familiare. Tim (Domhnall Gleeson) scopre di aver ereditato dal padre (Bill Nighy) la capacità di viaggiare nel tempo, ottenendo così la possibilità di rendere il suo mondo migliore. I salti spaziotemporali non serviranno però solo a conquistare l’amore di Mary (Rachel McAdams). Questo aspetto conferisce alla storia la giusta dose di realismo, rendendola più vicina alle vite di ognuno di noi, nonostante la presenza centrale della componente fantasy all’interno della narrazione.

Abbiamo incontrato a Roma Richard Curtis, in occasione del tour promozionale di Questione di tempo. Ecco cosa ci ha raccontato.

Best Movie: Come mai ha scelto di inserire nella colonna sonora del film il brano di Jimmy Fontana Il Mondo?
Richard Curtis: «È una storia molto strana quella che mi lega a questa canzone. Quando ero giovane, nel 1965, con la mia famiglia siamo venuti in vacanza all’isola d’Elba. E non c’era molto da fare durante le vacanze, così ogni sera eravamo elettrizzati nell’andare nella piazza centrale del paese, dove c’era un jukebox. Quell’anno ovviamente Il mondo di Jimmy Fontana era la canzone numero uno, quindi le persone la selezionavano spesso. Quando siamo andati via abbiamo comprato tre copie del singolo in 45 giri. L’ho ascoltata talmente tanto che è diventata una delle mie canzoni preferite! A trent’anni stavo cercando di scrivere una sit-com ambientata in un ristorante italiano, e volevo utilizzarla come canzone d’apertura, ma il progetto non è andato in porto. L’ho tenuta in serbo però e, anche se ho dovuto aspettare molto, l’occasione è arrivata con Questione di tempo. Avevo bisogno di una grande canzone da inserire a metà film, e questa era perfetta. L’ho sempre avuta in mente e penso che sia davvero una canzone meravigliosa».

BM: Sceneggiatore e regista, quanto l’ha influenzata questo doppio ruolo nelle sue scelte lavorative?
RC: «Quando all’inizio della mia carriera lavoravo solo come sceneggiatore ero molto presente sul set. Partecipavo a quasi tutte le riprese, ero in prima fila il giorno dei provini e prendevo parte a molte sessioni di editing. Questo diciamo che non è usuale e a volte poteva essere un problema per il regista. Così ho deciso che sarei passato io stesso dall’altro lato della macchina da presa in modo da poter seguire il processo creativo nella sua interezza».

BM: Questione di tempo racconta di una famiglia normale, dove tutti si vogliono bene e nessuno si odia. Non si sente in controtendenza rispetto le opere cinematografiche e televisive contemporanee?
RC: «Io riporto quello che vedo, e quello che mi viene naturale riportare. Ho avuto un’infanzia molto felice, forse il mio compito è proprio scrivere che nella vita ci sono ancora cose belle, non solo quelle brutte. Pochi giorni fa ero in spiaggia e ho avuto modo di incontrare giovani coppie innamorate, con bambini, li ho visti vivere dei momenti felici insieme. Il problema è che spesso ci si focalizza troppo solo su un aspetto negativo, considerandolo come totalità. Per esempio se si vede una coppia felice litigare si pensa subito che in realtà siano infelici, non si pensa mai in positivo.

BM: Il film racconta non solo una storia d’amore classica ma anche un profondo legame tra padre e figlio. Che cosa l’ha spinta a compiere questa scelta stilistica?
RC: «La storia d’amore fra Tim e Mary rappresenta solo il 50% del film. Il primo amore che proviamo è quello verso la famiglia. Se sei abbastanza fortunato incontri una persona che si innamora di te con cui formare una nuova famiglia, che si prenderà poi cura anche della vecchia. Credo di non aver capito fino in fondo questo aspetto sinora. In Quattro matrimoni e un funerale per esempio ho analizzato maggiormente la sfera dell’amicizia. Negli ultimi tempi ho avuto tre importanti perdite, dei lutti che mi hanno spinto a comprendere di più il valore della famiglia. Un modo per elaborarli è stato attraverso la formula del viaggio temporale. Quando mia madre si è ammalata le sono stato molto vicino e mi sono fatto raccontare tutti i dettagli della sua vita prima che morisse. L’importante per me non era la narrazione ma il sentire la sua voce, il suo modo di raccontare le cose. Se avessi il potere di tornare indietro nel tempo sceglierei il 1976, a un pranzo con la mia famiglia».

BM: Come mai ha scelto di aggiungere l’elemento fantasy dei viaggi nel tempo come espediente narrativo?
RC: «Ho sempre avuto questa idea che i giorni e i momenti migliori siano quelli più ordinari. Se si potesse scegliere come passare l’ultimo giorno della propria vita io non sceglierei mai, per esempio, di vivere la candidatura per un Oscar o un evento tanto atteso, perché poi si finisce per condividerlo con gli estranei. Penso che la vera felicità sia quella che si ha quando si sta con i propri cari. Questo è quello che volevo raccontare nel film, un giorno ordinario. Il problema è che poi sarebbe diventata una sorta di documentario! Quindi ho inserito l’espediente nei viaggi nel tempo. Un personaggio che può scegliere di rivivere qualsiasi giornata, ma non sceglie quelle straordinarie, bensì le più ordinarie».  

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