Un documentario che non ha mai una versione definitiva. Un film che si reinventa ogni volta che viene proiettato, dando vita a un’esperienza sempre nuova e irripetibile. Eno, diretto da Gary Hustwit e dedicato all’iconico musicista e produttore Brian Eno, è tutto questo. Un’opera che unisce sperimentazione artistica e tecnologia generativa per creare qualcosa che non era mai stato tentato prima nel mondo del cinema.
Conosciuto per il suo approccio anticonvenzionale alla musica, Eno ha collaborato con leggende come David Bowie, U2, Talking Heads, Peter Gabriel e Coldplay, contribuendo in modo decisivo alla nascita dei generi ambient ed elettronico. Ora, la sua visione radicale trova un perfetto riflesso in un documentario che ne rispecchia l’anima creativa: Eno non è un film “statico”, ma un flusso continuo di immagini, suoni e idee in mutazione.
Realizzato con il supporto dell’artista digitale Brendan Dawes e della società svedese Teenage Engineering, il documentario utilizza un sistema di montaggio generativo chiamato Brain One (un anagramma di “Brian Eno”). Il software attinge casualmente a oltre 30 ore di interviste e 500 ore di materiali d’archivio, riassemblando ogni volta i contenuti per produrre una versione unica e diversa del film.
Secondo The New York Times, il numero di possibili combinazioni sfiora i 52 quintilioni – una cifra che rende praticamente impossibile assistere due volte alla stessa versione. In effetti, alcuni spettatori hanno dichiarato di aver visto due film completamente differenti, tanto da sembrare opere diverse e non semplici variazioni sul tema.
In un’intervista a The Verge, Hustwit ha spiegato che l’idea è nata dal desiderio di superare i limiti del cinema tradizionale, offrendo un’esperienza “in continua evoluzione”. «Il film non deve mai essere davvero finito. Possiamo aggiungere nuovi materiali, ampliare l’archivio, scoprire accostamenti inaspettati e farlo crescere nel tempo», ha raccontato.
Curiosamente, Eno – notoriamente riluttante a farsi raccontare da altri – ha accettato di partecipare solo dopo aver visto un primo demo del software, entusiasta del fatto che il film potesse riflettere il suo stesso spirito creativo. Il risultato è un’opera tanto fluida quanto sorprendente, capace di alternare focus tematici diversi a ogni visione: in una proiezione si riflette sull’identità scenica dei musicisti, in un’altra sulle tecniche di composizione aleatorie come le celebri “Oblique Strategies”.
Hustwit ci tiene a precisare che Eno non è un prodotto di intelligenza artificiale generativa nel senso comune del termine. Il software non è stato addestrato su contenuti esterni, ma costruito appositamente con materiali originali e regole scritte da esseri umani. La differenza è sostanziale: non si tratta di una macchina che copia, ma di uno strumento che riorganizza elementi reali con logiche nuove e imprevedibili.
Il progetto ha anche un respiro più ampio: insieme alla realizzazione del film, Hustwit e Dawes hanno fondato Anamorph, una startup che esplora le applicazioni del montaggio generativo in altri formati cinematografici, non solo documentari. Il regista è convinto che questa tecnologia possa offrire una nuova ragione per tornare in sala: «L’unicità dell’esperienza è ciò di cui ha bisogno oggi il cinema. Un film che cambia ogni volta può restituire quella magia».
Attualmente, Eno non è disponibile in streaming, ma viene proiettato in sale selezionate con l’hardware necessario per attivare il sistema generativo. Vi interessa questo peculiare esperimento? Fatecelo sapere nei commenti!
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Fonte: MovieWeb
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