L’attesa per la seconda e terza parte della quinta stagione di Stranger Things continua a crescere e, con essa, il flusso incessante di teorie che cercano di anticipare come i fratelli Duffer decideranno di chiudere una delle serie più amate dell’ultimo decennio. Dopo i primi quattro episodi arrivati su Netflix, il pubblico si trova nuovamente davanti a nuove domande, indizi disseminati con cura chirurgica e un senso sempre più chiaro che il finale sarà profondamente legato a riferimenti culturali e narrativi che la serie ha scelto di evocare. Tra questi, uno si sta imponendo con particolare forza: un capolavoro fantascientifico pubblicato 63 anni fa che potrebbe rivelarsi la chiave dell’intera conclusione.
Si tratta di A Wrinkle in Time (Nelle pieghe del tempo), romanzo del 1962 di Madeleine L’Engle, che nel Volume 1 della stagione finale compare con un’insistenza tale da non poter essere liquidato come semplice omaggio agli anni ’80. La prima apparizione arriva in modo apparentemente innocuo, con Holly seduta al tavolo della cucina mentre legge il libro durante il debutto della stagione. Un dettaglio che potrebbe passare inosservato, ma che assume un significato completamente diverso se lo si collega ai successivi riferimenti presenti nei nuovi episodi.
Il più evidente arriva quando Henry si presenta a Holly e agli altri bambini usando il nome Mr. Whatsit, un chiaro richiamo a Mrs. Whatsit, una delle figure chiave del romanzo di L’Engle. Il viaggio mentale in cui Holly e Max sono intrappolate viene poi paragonato dalla stessa Holly a Camazotz, il pianeta oscuro governato da una mente collettiva che domina tutto e tutti attraverso il controllo mentale. Nel libro, quella forza si manifesta come un’ombra gigantesca chiamata IT, un’entità che finisce per ricordare in modo inquietante il Mind Flayer, attorno al quale Stranger Things ha costruito gran parte della sua mitologia e un’intera stagione.
Da questi elementi nasce l’ipotesi che la serie stia preparando una rivelazione cruciale: il vero antagonista finale non sarebbe Vecna, bensì il Mind Flayer, che lo terrebbe sotto il proprio controllo proprio come IT domina gli abitanti di Camazotz. L’inclusione del romanzo suggerisce anche una possibilità narrativa più sorprendente, legata alla natura stessa del tempo. A Wrinkle in Time utilizza il concetto di “tesseract” per giustificare spostamenti temporali e dimensionali, un meccanismo che suona familiare se si considera la lezione sui wormhole tenuta da Mr. Clarke nel Volume 1 e la scoperta, emersa nella stagione precedente, che il Sottosopra è bloccato nel 1983. Ulteriori indizi provengono da foto di produzione in cui compaiono Hopper e Mike nel 1989, dettaglio che sembra convivere con gli eventi presenti senza una spiegazione immediata.
Tutti questi segnali, presi insieme, delineano un percorso narrativo in cui il romanzo di L’Engle non è un semplice riferimento, ma un vero e proprio modello. Se Stranger Things sceglierà davvero di intrecciare controllo mentale, lotta tra luce e oscurità e manipolazione del tempo nel suo gran finale, A Wrinkle in Time potrebbe aver anticipato la conclusione sin dall’inizio della stagione. Cosa ne pensate? La teoria ha senso? Diteci la vostra, come sempre, nei commenti.
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