Questo dimenticato film del 1985 ha predetto una delle svolte più inquietanti dell’intelligenza artificiale
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Questo dimenticato film del 1985 ha predetto una delle svolte più inquietanti dell’intelligenza artificiale

40 anni fa sembrava una distopia come tante, ma siamo ad un passo dal vedere davvero avverarsi quello scenario

Questo dimenticato film del 1985 ha predetto una delle svolte più inquietanti dell’intelligenza artificiale

40 anni fa sembrava una distopia come tante, ma siamo ad un passo dal vedere davvero avverarsi quello scenario

questo film ha predetto una svolta dell'intelligenza artificiale

Oggi il dibattito su intelligenza artificiale, deepfake e contenuti generati da algoritmi è centrale non solo nella tecnologia, ma anche nel cinema e nella televisione. Si parla di attori digitali, sceneggiature scritte da software e notiziari condotti da avatar sintetici. Eppure, l’idea che un volto artificiale potesse sostituire quello umano sullo schermo non è nuova. Da decenni gli autori di fantascienza interrogano questo confine tra realtà e simulazione: da 2001: Odissea nello spazio a Blade Runner, la possibilità che l’intelligenza artificiale acquisisca voce, volto e personalità è sempre stata al centro dell’immaginario. Ma c’è un’opera meno nota che, in modo sorprendentemente lucido, aveva già azzeccato qualcosa: Max Headroom.

Uscito nel 1985 come film televisivo britannico, Max Headroom: 20 Minutes into the Future racconta una società distopica dominata dai network televisivi e dalla pubblicità estrema. Il protagonista, Edison Carter, è un giornalista d’assalto che lavora per una potente rete televisiva e scopre l’esistenza dei “blipverts”, spot pubblicitari compressi in pochi secondi che, trasmessi a velocità eccessiva, possono letteralmente uccidere gli spettatori più vulnerabili. Durante un inseguimento, Carter rimane vittima di un incidente: un giovane programmatore copia la sua mente nel computer e, da quella operazione, nasce Max Headroom, una versione digitale e caricaturale del giornalista, interpretata da Matt Frewer.

Max è un personaggio unico: una sorta di intelligenza artificiale cosciente, ironica e imperfetta, con tic, balbettii e glitch visivi che ne sottolineano la natura sintetica. La sua personalità, però, è talmente convincente da renderlo una celebrità televisiva nel mondo fittizio del film. Nato come esperimento per controllare l’informazione, diventa invece un simbolo di libertà e di satira contro il potere mediatico. È un clone digitale che denuncia il sistema che l’ha creato: un’idea straordinaria per la metà degli anni Ottanta, tanto più se si considera che il personaggio era realizzato non con grafica computerizzata, ma con trucco prostetico e montaggio video.

Negli anni successivi, Max Headroom è diventato protagonista di una serie americana trasmessa da ABC, la prima a tema cyberpunk andata in onda in prima serata, oltre che volto di campagne pubblicitarie dirette da Ridley Scott e ospite di talk show come quello di David Letterman. Ma la sua eredità più duratura è un’altra: aver immaginato un mondo in cui l’informazione non è più raccontata da esseri umani, bensì da simulacri digitali creati per intrattenere e manipolare.

Quasi quarant’anni dopo, quell’intuizione è tornata di stretta attualità. Nel 2023 una start-up statunitense annunciò l’intenzione di sviluppare un canale di notizie interamente generato da intelligenza artificiale, un progetto descritto come una sorta di “CNN AI-generated”. L’idea era di creare conduttori sintetici capaci di leggere testi prodotti da algoritmi giornalistici, adattando il tono e persino l’espressione del volto a seconda del pubblico. Gli avatar virtuali avrebbero potuto parlare in qualsiasi lingua, aggiornarsi in tempo reale e trasmettere notizie 24 ore su 24 senza l’intervento umano diretto.

Una proposta che, se realizzata davvero, trasformerebbe in realtà la distopia di Max Headroom. Là dove nel 1985 era satira e provocazione, oggi rischia di diventare cronaca: schermi popolati da conduttori artificiali, notizie elaborate da software e volti digitali che imitano perfettamente emozioni umane. La differenza è che, a quasi quarant’anni di distanza, il futuro immaginato allora non è più venti minuti avanti, ma appena dietro l’angolo.

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