Oggi il dibattito su intelligenza artificiale, deepfake e contenuti generati da algoritmi è centrale non solo nella tecnologia, ma anche nel cinema e nella televisione. Si parla di attori digitali, sceneggiature scritte da software e notiziari condotti da avatar sintetici. Eppure, l’idea che un volto artificiale potesse sostituire quello umano sullo schermo non è nuova. Da decenni gli autori di fantascienza interrogano questo confine tra realtà e simulazione: da 2001: Odissea nello spazio a Blade Runner, la possibilità che l’intelligenza artificiale acquisisca voce, volto e personalità è sempre stata al centro dell’immaginario. Ma c’è un’opera meno nota che, in modo sorprendentemente lucido, aveva già azzeccato qualcosa: Max Headroom.
Uscito nel 1985 come film televisivo britannico, Max Headroom: 20 Minutes into the Future racconta una società distopica dominata dai network televisivi e dalla pubblicità estrema. Il protagonista, Edison Carter, è un giornalista d’assalto che lavora per una potente rete televisiva e scopre l’esistenza dei “blipverts”, spot pubblicitari compressi in pochi secondi che, trasmessi a velocità eccessiva, possono letteralmente uccidere gli spettatori più vulnerabili. Durante un inseguimento, Carter rimane vittima di un incidente: un giovane programmatore copia la sua mente nel computer e, da quella operazione, nasce Max Headroom, una versione digitale e caricaturale del giornalista, interpretata da Matt Frewer.
Max è un personaggio unico: una sorta di intelligenza artificiale cosciente, ironica e imperfetta, con tic, balbettii e glitch visivi che ne sottolineano la natura sintetica. La sua personalità, però, è talmente convincente da renderlo una celebrità televisiva nel mondo fittizio del film. Nato come esperimento per controllare l’informazione, diventa invece un simbolo di libertà e di satira contro il potere mediatico. È un clone digitale che denuncia il sistema che l’ha creato: un’idea straordinaria per la metà degli anni Ottanta, tanto più se si considera che il personaggio era realizzato non con grafica computerizzata, ma con trucco prostetico e montaggio video.
Negli anni successivi, Max Headroom è diventato protagonista di una serie americana trasmessa da ABC, la prima a tema cyberpunk andata in onda in prima serata, oltre che volto di campagne pubblicitarie dirette da Ridley Scott e ospite di talk show come quello di David Letterman. Ma la sua eredità più duratura è un’altra: aver immaginato un mondo in cui l’informazione non è più raccontata da esseri umani, bensì da simulacri digitali creati per intrattenere e manipolare.
Quasi quarant’anni dopo, quell’intuizione è tornata di stretta attualità. Nel 2023 una start-up statunitense annunciò l’intenzione di sviluppare un canale di notizie interamente generato da intelligenza artificiale, un progetto descritto come una sorta di “CNN AI-generated”. L’idea era di creare conduttori sintetici capaci di leggere testi prodotti da algoritmi giornalistici, adattando il tono e persino l’espressione del volto a seconda del pubblico. Gli avatar virtuali avrebbero potuto parlare in qualsiasi lingua, aggiornarsi in tempo reale e trasmettere notizie 24 ore su 24 senza l’intervento umano diretto.
Una proposta che, se realizzata davvero, trasformerebbe in realtà la distopia di Max Headroom. Là dove nel 1985 era satira e provocazione, oggi rischia di diventare cronaca: schermi popolati da conduttori artificiali, notizie elaborate da software e volti digitali che imitano perfettamente emozioni umane. La differenza è che, a quasi quarant’anni di distanza, il futuro immaginato allora non è più venti minuti avanti, ma appena dietro l’angolo.
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