La storia del cinema è costellata di celebri casi di pellicole che sono state accolte freddamente dalla critica e dal pubblico – quando non addirittura travolte da polemiche e controversie – per poi essere rivalutate e riconosciute in tutta la loro genialità soltanto molti anni dopo. È successo anche ai giganti, come Blade Runner e Fight Club, ma senza andare troppo lontano, è frequente anche nella storia del grande cinema italiano.
Una pellicola che rientra pienamente in questa casistica è, ad esempio, Amore tossico di Claudio Caligari, film in stile neorealista uscito del 1983, che apre la cosiddetta “Trilogia romana” del regista, proseguita poi con L’odore della notte (1998) e Non essere cattivo (2015). All’epoca dell’uscita al cinema, il film è stato accolto da accuse e controversie, per via dell’intenzione dell’autore di raccontare, senza alcun filtro, la brutalità e la desolazione delle periferie romane.
In particolare, il film esplora il drammatico fenomeno della diffusione in Italia delle droghe pesanti, abbandonando però i toni moralistici utilizzati tradizionalmente in favore di un ricercato realismo e di un approccio quasi documentaristico. Rispettando lo stile neorealista, infatti, l’autore ha scelto come attori protagonisti delle persone realmente eroinomani o che comunque avevano avuto un passato di tossicodipendenza. La storia segue così un gruppo di ragazzi che conduce un’esistenza ripetitiva, tra la spiaggia di Ostia e il quartiere Centocelle di Roma, alle prese con il consumo di stupefacenti, le risse, le piccole rapine e i guai con la giustizia. A differenza della narrazione dei media tradizionali, intrisa di pietismo, Amore tossico tratta i suoi personaggi e le situazioni rappresentate in maniera quasi spietata, tanto che fu accusato anche di dimostrare “poco amore” nei confronti dei soggetti rappresentati. I personaggi, infatti, non sperano affatto di uscire dalla loro drammatica condizione: sono consapevoli di non poter sfuggire alla loro ossessione e sono rassegnati al fatto di non avere alcun futuro. Un altro aspetto ampiamente criticato all’epoca è stato l’uso del linguaggio: infatti, per mantenere il massimo grado di naturalezza e spontaneità da parte degli attori, il regista è intervenuto il meno possibile sui dialoghi, che presentano numerose espressioni dialettali, gergo giovanile, e in alcuni casi addirittura termini volgari o blasfemi.
In un contesto che cominciava a essere sempre più edulcorato e politicamente corretto, Amore tossico è stato quindi un film rivoluzionario: non soltanto un grande tributo al neorealismo, ma una presa di posizione politica e culturale, un’esperienza che invita alla riflessione e all’empatia senza alcun tipo di affettazione. Purtroppo, le polemiche del tempo ne hanno fortemente osteggiato la diffusione nelle sale, rimandata a un anno dopo l’effettiva uscita e con una distribuzione in pochissime copie. Nonostante sia stato così incompreso all’epoca, oggi viene considerato uno dei film-simbolo dell’Italia degli anni Ottanta, un omaggio a Pasolini e alla tradizione del neorealismo e una fondamentale testimonianza del dramma più grande che affliggeva le giovani generazioni dell’epoca.
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