Il found footage è uno dei sottogeneri più usati e abusati nella storia del cinema horror e, sebbene sia stato sfruttato per molti decenni, ha trovato una grandissima popolarità solo nel 1999 con l’uscita dell’acclamato The Blair Witch Project.
Il successo del film scritto e diretto da Daniel Myrick e Eduardo Sánchez ha spianato la strada a molti altri filmmaker, desiderosi di replicarne il successo, portando alla nascita di altri franchise multimiliardari come quello di Paranormal Activity. Uno dei più meritevoli esponenti dell’horror found footage è tuttavia passato pressoché inosservato al grande pubblico, nonostante non abbia nulla da invidiare ai sopracitati titoli più mainstream.
Stiamo parlando di The Taking of Deborah Logan, film del 2014 che ha suscitato il plauso della critica ma che, dopo aver goduto di una distribuzione indipendente, è finito per perdersi nel vasto oceano di titoli horror arrivati sui servizi on demand nei primi anni 2010. Diretto da Adam Robitel, qui al suo esordio da regista, il film è incentrata su una documentarista che racconta la vita di Deborah Logan, la quale soffre del morbo di Alzheimer, e di sua figlia Sarah. Le cose iniziano tuttavia a prendere una piega sempre più inquietante e pericolosa quando il disturbo di Deborah inizia a peggiorare a vista d’occhio arrivando anche a compiere atti violenti verso se stessa e gli altri, dando così inizio ad un incubo che svelerà terrificanti segreti.
Il potenziale successo di The Taking of Deborah Logan è stato purtroppo soffocato da un’eccessiva concorrenza e penalizzato dall’appartenenza ad un filone ormai saturo, finendo per essere rapidamente accantonato dal grande pubblico. Probabilmente, a giocargli a sfavore è stato anche un soggetto apparentemente poco originale come quello della possessione demoniaca, che a partire dai primi anni 2000 è andato incontro ad una vera inflazione.
Ad ogni modo, è lampante rispetto a molti concorrenti come il film di Robitel fosse dotato della classica marcia in più. The Taking of Deborah Logan non rinuncia infatti ad una solida messa in scena. La regia, pur simulando l’estetica del documentario amatoriale, mantiene un livello tecnico sorprendente, guardandosi dal proporre quegli eccessi di camera traballante e pretesti narrativi forzati che spesso affliggono il genere. Qui le riprese “amatoriali” hanno un loro perché, mostrando una grande coerenza con la storia e contribuendo a rendere l’esperienza visiva più fluida e credibile.
Il film, inoltre, non teme di offrire risposte agli spettatori. In un panorama che vede molti horror – ispirati a The Blair Witch Project – virare verso finali volutamente ambigui e privi di chiusura, l’opera prima di Robitel compie l’operazione opposta: costruisce un climax scioccante e narrativamente coerente, che lascia il segno e regala almeno una sequenza destinata a rimanere impressa per lungo tempo nella mente dello spettatore.
Ma ciò che rende The Taking of Deborah Logan davvero meritevole di visione è la sua capacità di andare oltre la paura fine a se stessa. Al centro della narrazione vi è un sottotesto che parla di invecchiamento, malattia e abbandono. Il film affronta – seppur senza addentrarsici appieno – temi delicati come il decadimento cognitivo, la fragilità degli anziani e le lacune di un sistema sanitario spesso impreparato ad affrontare queste realtà. Una riflessione che dona al film un’anima precisa, senza mai sacrificare tensione e ritmo.
Insomma, The Taking of Deborah Logan è uno di quei titoli che meritano una seconda visione. Un piccolo gioiello di stampo found footage, etichettato troppo in fretta etichettato come derivativo, ma che ha ancora molto da offrire a chi ama un horror capace di spaventare e al tempo stesso far riflettere.
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Foto: Eagle Films
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