Questo horror poco conosciuto è uscito 60 anni fa, ma è più straziante di molti drammi d’amore moderni
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Questo horror poco conosciuto è uscito 60 anni fa, ma è più straziante di molti drammi d’amore moderni

Mette in discussione l’idea romantica della vita oltre la morte, rivelando quanto possa diventare tossico aggrapparsi a chi non c’è più

Questo horror poco conosciuto è uscito 60 anni fa, ma è più straziante di molti drammi d’amore moderni

Mette in discussione l’idea romantica della vita oltre la morte, rivelando quanto possa diventare tossico aggrapparsi a chi non c’è più

artwork dell'horror / dramma d'amore La llamada

A sessant’anni dalla sua uscita, I morti vivono (La Llamada) resta una piccola perla nascosta del cinema europeo. Diretto nel 1965 da Javier Setó (e prodotto sotto il nome di José Antonio Nieves Conde), è un film che si finge storia d’amore soprannaturale per poi rivelarsi qualcosa di molto più cupo e disturbante: una riflessione senza tempo sulla paralisi emotiva che può seguire una perdita.

Girato in un elegante bianco e nero, questo horror spagnolo riesce a trasmettere inquietudine senza mai fare affidamento su effetti speciali o momenti di puro terrore. L’elemento sovrannaturale c’è, ma è filtrato interamente attraverso l’emotività del protagonista, Pablo, un giovane devastato dalla morte improvvisa della sua amata Dominique. I due, prima del tragico evento, avevano stretto un patto: se uno dei due fosse morto, l’altro lo avrebbe ritrovato, al di là della vita. Ma quello che in molti racconti d’amore sarebbe stato un dolce legame eterno, qui diventa un incubo sottile e doloroso.

Dopo la morte di Dominique, Pablo inizia a percepirne la presenza. La vede, le parla, la sente vicina. Ma il film non ci dà certezze: Dominique è davvero tornata, o è solo un’allucinazione, un prodotto del dolore e del desiderio disperato di non accettare la realtà? The Sweet Sound of Death non offre risposte rassicuranti. Anzi, mette in discussione l’idea romantica della vita oltre la morte, rivelando quanto possa diventare tossico aggrapparsi a chi non c’è più.

Mentre altri film del genere indulgono nella fantasia dell’amore eterno, The Sweet Sound of Death la demolisce con grazia e crudeltà. Pablo diventa sempre più isolato, sempre più incapace di distinguere la vita reale da quella che si è costruito nella sua mente. La figura di Dominique, che in altri contesti sarebbe simbolo di speranza, qui rappresenta la prigione emotiva del lutto non elaborato.

La potenza visiva del film accompagna questo viaggio psicologico: l’uso drammatico delle ombre, i contrasti netti tra luce e oscurità, gli ambienti sospesi e silenziosi riflettono il vuoto interiore del protagonista. La scelta del bianco e nero non è puramente stilistica, ma serve a dividere il mondo in due realtà inconciliabili: quella dei vivi e quella dei morti. Pablo è sospeso tra queste due dimensioni, incapace di appartenere davvero a nessuna.

A rendere ancora più disturbante il film è la sua capacità di manipolare lo spettatore: ci spinge a desiderare che Dominique sia reale, a sperare che Pablo riesca a rivederla davvero, salvo poi costringerci a confrontarci con il lato più oscuro di questa illusione. L’amore che dovrebbe consolare, qui intrappola. E la nostalgia si trasforma in un incubo da cui è impossibile svegliarsi.

Nel finale, The Sweet Sound of Death non offre redenzione né miracoli. Solo una verità semplice e dolorosa: non si può vivere restando legati a chi è scomparso. L’amore vero non si dimostra inseguendo i morti, ma onorandoli con la vita. Pablo, invece, resta incatenato al passato, diventando lui stesso un fantasma.

Rivederlo oggi, a sessant’anni dalla sua uscita, è un’esperienza ancora potente. Il film è una critica sottile ma feroce alle narrazioni romantiche che negano la morte, ed è anche una lezione di stile e atmosfera per chi ama l’horror che parla più alla mente e al cuore che allo stomaco. Un piccolo classico dimenticato, che meriterebbe di essere riscoperto proprio perché riesce a parlare di fantasmi… senza aver bisogno di mostrarne davvero uno.

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Fonte: Collider

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