Sin dalla sua uscita nel 1985, Va’ e Vedi (Come and See) continua a imporsi come uno dei film di guerra più sconvolgenti e definitivi mai realizzati. Quaranta anni dopo, l’opera di Elem Klimov resta un’esperienza quasi insopportabile, un viaggio dentro l’abisso capace di imprimersi nella memoria dello spettatore con una potenza che pochi altri titoli hanno saputo raggiungere. Al centro c’è Flyora, un ragazzo bielorusso che entra ingenuamente tra i partigiani e che, nel giro di pochi giorni, attraversa una spirale di atrocità destinata a cancellare ogni traccia della sua innocenza. Più che un racconto bellico, il film è un rito di passaggio alla fine dell’umanità, un confronto diretto con ciò che la guerra infligge non solo ai corpi, ma alle coscienze.
A distinguere Va’ e Vedi da quasi tutti gli altri film del genere è il suo legame profondissimo con la realtà storica e personale dei suoi autori. Klimov scrive la sceneggiatura insieme ad Ales Adamovich, che da adolescente aveva vissuto davvero l’occupazione nazista in Bielorussia e combattuto nella resistenza. La sua esperienza diretta e le testimonianze raccolte in anni di ricerca diventano la struttura portante del film. Klimov, dal canto suo, porta in dote la memoria emotiva dell’infanzia trascorsa durante il conflitto, compresa la fuga disperata durante la Battaglia di Stalingrado. Non sorprende che più tardi dichiari: “Da bambino ero stato all’inferno. Se avessi mostrato tutto ciò che ho visto, nessuno sarebbe stato in grado di guardarlo”.
Il film nasce da una produzione tormentata, ostacolata per anni dalla censura sovietica, e quando finalmente raggiunge il pubblico lascia un segno feroce. Alla sua prima al Festival di Mosca conquista il Gran Premio, ma ciò che resta impresso nelle cronache dell’epoca è il trauma degli spettatori, talmente provati dalla visione da richiedere assistenza medica. La violenza non viene spettacolarizzata: viene mostrata come una realtà implacabile, in cui il punto di vista infantile di Flyora serve ad amplificare l’orrore anziché attenuarlo.
Una parte cruciale della potenza del film risiede nella performance di Aleksei Kravchenko, allora quindicenne, che Klimov plasma attraverso un processo di riprese in ordine cronologico. Il suo volto cambia insieme alla storia: all’inizio è quello di un ragazzo curioso, alla fine sembra una maschera di cera consumata dall’angoscia. Per prepararlo alle scene più dure, il regista arriva a mostrargli veri documentari dei campi di concentramento, mentre le difficili condizioni di lavorazione – riprese nel gelo, lunghissime giornate, un livello di stress emotivo fuori dal comune – contribuiscono a rendere l’interpretazione quasi disumana nella sua autenticità. Kravchenko ricorderà di aver desiderato, dopo l’ultimo ciak, “liberarsi di quel peso sul cuore”.
La ricerca di realismo, che arriva all’uso di veri proiettili nelle scene di sparatoria, convive sorprendentemente con una dimensione stilistica carica di straniamento. Klimov inserisce momenti in cui il sonoro si distorce, le voci si affievoliscono o si amplificano in modo innaturale, e l’immagine sembra scivolare nel sogno o nel delirio. È una chiave espressiva potentissima: comunica non solo ciò che accade fuori, ma ciò che accade dentro la mente di Flyora. In una delle sequenze più memorabili, mentre i due giovani protagonisti attraversano un pantano appena dopo aver scoperto le conseguenze di un massacro, il paesaggio sonoro si trasforma in un lamento irreale, quasi animalesco, che rende tangibile il trauma psicologico dei personaggi.
Questo passaggio costante dal realismo al surrealismo è parte del messaggio stesso del film. Klimov definisce Va’ e Vedi e “un avvertimento appassionato contro la guerra”, convinto che solo mostrando l’orrore nella sua dimensione più estrema e incomprensibile sia possibile trasmetterne la vera natura. Da qui la scelta di non chiedere allo spettatore di osservare, ma di sopravvivere insieme a Flyora. Il film parla un linguaggio crudele ma necessario, lontanissimo da ogni forma di eroismo o retorica.
Col tempo, l’eredità di Va’ e Vedi non ha fatto che crescere. La critica contemporanea lo considera un punto di svolta nella rappresentazione della violenza e un modello insuperato di cinema etico. Oggi mantiene un impressionante 90% su Rotten Tomatoes, un punteggio di 8.3 su IMDb e soprattutto un posto unico nella cultura cinefila: è il secondo film più apprezzato di sempre su Letterboxd, davanti a capolavori considerati intoccabili come Il padrino o I sette samurai. È un risultato che conferma come questa opera non appartenga più soltanto alla storia del cinema sovietico, ma alla memoria collettiva dell’umanità.
A distanza di decenni, Va’ e Vedi resta un film impossibile da dimenticare. Così realistico da risultare allucinatorio, così doloroso da diventare necessario, continua a ricordarci cosa significa davvero guardare la guerra: non una sequenza di battaglie, ma la distruzione lenta e irrimediabile dell’identità di un ragazzo. Ed è proprio questa ferita aperta, mostrata senza filtri, a renderlo ancora oggi uno dei migliori film di guerra mai realizzati.
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Fonte: MovieWeb
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