Nell’epoca dell’iper-connettività ci sentiamo di dire con un buon grado di certezza che un prodotto filmico e seriale, o per meglio dire una IP – cioè una Intellectual Property, come direbbero quelli che ci lavorano – raggiunge il suo massimo livello di celebrità quando viene “memizzata” e cioè quando una sua scena, una sua frase, un suo personaggio vengono ironizzati, imitati, reinterpretati e diffusi in modo virale su internet. Gomorra, la serie tv in cinque stagioni andata in onda su Sky dal 2014 al 2021, ha senz’altro ottenuto questo livello di celebrità. Basti pensare a Gli effetti di Gomorra sulla gente, il format dei The Jackal, che immaginava un mondo “Gomorrizzato” fatto di “tutt’appostooooooo”, “sta’ senza pensier” e ovviamente “du’ frittur”.
Che un prodotto così di successo, e al contempo premiato dalla critica, abbia dato luogo a un film e a una serie spin-off non stupisce affatto: è così, dopo il “midquel” L’immortale, nel 2019, è la volta di Gomorra – Le origini, serie prequel prodotta da Sky Studios e Cattleya, che promette di raccontare “l’educazione criminale del giovane Pietro Savastano”. Ci ritroveremo immersi nella Napoli del 1977, tra disco music e sogni di gloria, a indagare come tutto è iniziato, a chiederci – come dei veri filosofi – quali siano state le origini del male. E a immaginarsele in concreto, queste origini, sono stati Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli e Roberto Saviano, gli stessi creatori dello show da cui tutto è partito, stavolta accompagnati nella produzione creativa e fattuale da Marco D’Amore.
Strada ne ha fatta l’attore e regista napoletano, che dopo aver esordito dietro la macchina da presa proprio con la quarta stagione di Gomorra, e aver portato in sala il citato L’immortale, è ora co-sceneggiatore, supervisore artistico e regista dei primi quattro episodi della nuova serie, un lavoro che gli sta molto a cuore e di cui abbiamo parlato proprio con lui.

Come nasce il progetto?
Quella di indagare le origini di tutto era un’idea che frullava in testa ai produttori già da un po’, soprattutto dopo aver constatato il successo di L’immortale, in cui si scopre qualcosa di più sul passato di Ciro. Poi quando Fasoli e Ravagli, che sono “il papà e la mamma” di Gomorra, hanno condiviso con me le loro idee e ho iniziato a lavorare con loro in fase di scrittura, la cosa ha preso il via. A motivarci è stata la voglia di raccontare una storia completamente diversa, seppur nel rispetto dello show originale, che ci permettesse di indagare un altro periodo storico, e utilizzare un diverso linguaggio.
Tu qui sei regista, sceneggiatore e supervisore artistico, che significa in concreto?
Sostanzialmente l’essere supervisore artistico sancisce il mio coinvolgimento in tutte le fasi della produzione, a partire dalla scrittura fino alla promozione. Ho seguito poi l’esordio alla regia in una serie di Francesco Ghiaccio, seguendo da vicino il suo lavoro.
Quali sono state le difficoltà nel raccontare la Napoli degli anni Settanta?
Oltre a essere un autore io sono prima di tutto un grande spettatore e molto del nostro cinema si è confrontato con quell’epoca. Solo per parlare di cose recenti, quest’anno sono state presentate già due serie, Il Mostro di Sollima e Portobello del maestro Bellocchio, che raccontano quegli anni. Noi dovevamo trovare il modo di raccontare la Storia, con la “s” maiuscola, della Napoli di quel periodo, cioè inquadrare il contesto in cui si muovono i personaggi, ma soprattutto riuscire a costruire i “nostri” anni Settanta, e questo da un punto di vista fotografico, dei costumi, delle scenografie. Avere quindi rispetto dell’epoca ma cercare anche di ricostruirla in relazione alle necessità del racconto.
Il tono è diverso da quello che ci si aspetterebbe, è molto tenero, fanciullesco, a tratti malinconico.
È vero. Gomorra racconta un mondo di adulti che hanno una visione cinica e spietata della realtà, che mirano al potere puro. Qui i protagonisti sono invece dei ragazzini, con i loro sogni, i loro desideri, le loro speranze. Non vogliono potere: vogliono essere belli, mangiare in certi ristoranti, avere certe ragazze, senza rendersi conto dei pericoli in cui incorrono. Questo ci ha permesso di “scaldare la temperatura” della serie: quei ragazzini amano, giocano, desiderano. Raccontiamo così la perdita dell’innocenza, che va di pari passo al cambiamento della città, che a causa dello sviluppo della malavita ha subito una degradazione radicale.

Parlando di Napoli, so che in città ci sono state delle proteste mentre stavate girando.
Abbiamo girato un anno sul territorio e non ho mai incontrato nessuno che mi abbia detto qualcosa. Ci hanno riferito di qualche rimostranza nata nei quartieri Spagnoli, che sono forse l’unico quartiere dove non abbiamo girato, ma quando sono andato lì per un confronto sono stato accolto benissimo. Diciamo che se c’è stata qualche legittima polemica, qualche preoccupazione di chi non vuole sempre essere collegato alla malavita, sono state amplificate dai media.
Come hai scelto gli attori?
Il merito va al casting director Davide Zurlo, con cui lavoro ormai da anni, che si è rivolto a tutte le scuole di teatro e di cinema del territorio ma ha fatto anche street casting nelle scuole superiori ed elementari. Ci siamo imbattuti ancora una volta nella capacità che ha Napoli di rinnovare i suoi talenti, abbiamo incontrato ragazzi bravissimi e alla fine abbiamo scelto Luca Lubrano, che interpreta Pietro, e Tullia Venezia che fa Imma, e sono perfetti.
Noi conosciamo… “gli effetti di Gomorra sulla gente”, ma quali sono stati gli effetti sulla tua vita?
Gomorra è stato terreno fertile per una generazione di professionisti del cinema e della televisione. Tanti dei giovani che ho conosciuto su quel set sono ora professionisti affermati. Io stesso ho esordito come regista a 37 anni proprio grazie a Gomorra. La serie mi ha dato lavoro, mi ha fatto conoscere anche all’estero e mi ha permesso di dimostrare il mio valore.
E in termini di fama?
Sono una persona molto riservata, proteggo il mio spazio personale, sono anche un po’ timido… Poi, certo, nelle occasioni pubbliche di incontro do il 100% di me stesso, ma cerco di proteggere le persone che ho intorno a me. Percepisco però chiaramente l’affetto dei fan della serie, e non c’è città al mondo in cui non sia stato riconosciuto e fermato.

Come è cambiato, se è cambiato, il modo di fare Tv negli ultimi dieci anni?
Il successo di alcuni progetti ha infuso coraggio all’intero settore e oggi c’è la voglia di spingersi oltre, di essere creativi, di dare spazio a nuovi autori e nuovi registi. Rispetto a dieci anni fa sono molti i maestri, i grandi registi, che hanno deciso di sviluppare un progetto seriale, e questo perché la serialità consente di sperimentare molto più del cinema e anche di creare un rapporto duraturo con il pubblico.
Prossimi progetti?
Al momento sono sul set di un film in cui sono attore, ma non è ancora stato annunciato per cui non posso davvero parlarne. Poi sto sviluppando altre storie e siamo già al lavoro su una potenziale seconda stagione di Gomorra – Le origini. Intanto però gustatevi questa!
Gomorra – Le origini da venerdì 9 gennaio in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW
Foto: Elisabetta A. Villa/Getty Images; SKY
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